PERSONAGGI ILLUSTRI DELLA CITTA' DI RIETI

A CURA DELL'ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE DI RIETI

"C. Rosatelli"

MARCO TERENZIO VARRONE
scrittore
(116-27a.C.)

Anche all’uomo di mediocre dottrina è nota la fama che Marco Terenzio Varrone detto per antonomasia il "Reatinus", si acquistò nel campo della cultura da essere ritenuto in tutta l’antichità, sino al MedioEvo, "il più grande erudito romano".
La prima testimonianza che dice Varrone reatino è di Simmaco, del IV secolo d.C. Comunque, che Varrone sia nato a Rieti, lo dimostrano chiaramente non solo alla sua appartenenza alla TRIBU’ QUIRINA, che era proprio di Rieti e i suoi continui accenni alla sua città; ma anche le sue esperienze personali e le sue predilezioni per personaggi reatini e le sue opere, specialmente nei libri del DE RE RUSTICA.
In verità, non solo tra i grandi del suo tempo, poeti e scrittori, uomini di stato e magistrati, egli passò come un gigante, senza rivali e senza invidia; ma anche attraverso i secoli, universale e unanime fu il suo plauso e incondizionata la sua ammirazione.
Titolo a questa gloria immortale fu senza dubbio la sua sconfinata cultura, e la sua immensa produzione letteraria (75 opere distribuite in 620 libri) che toccava tutti gli angoli della cultura antica. La sua appartenenza a famiglia plebea, ricca però di possedimenti terrieri, le sue stesse esperienze di vita rustica e familiare, la continua comunione con un ambiente di rigidi costumi, misurato e moderato, diedero alla sua prima educazione un carattere schietto, rude e virile, che rimase un po’ sempre in fondo alla sua anima. caratteristica della sua personalità di Sabino.
Nel "De Re Rustica", volumetto che contiene gli amori del Reatino per la campagna,si avverte subito una nota di fresca sentimentalità sabina, che riporta l’Autore al centro della propria esperienza di campagnolo e coltivatore. Ma l’anima di Marco Terenzio Varrone si rivela meglio in altre sue opere, dove le pieghe del pensiero si approfondiscono in momenti di alta tensione spirituale, lasciando chiaramente trasparire i suoi intendimenti e le sue persuasioni moralistiche e religiose.
Nelle "Satire Menippee", dove raccolse e concentrò la sua umanità pensosa, si ritrova il Varrone saggio, moderato, severo, bonario reatino, con il suo carattere semplice e schietto ,legato al popolo e alla terra da una vivezza di sentimenti amorosi.
Egli infatti pone a fuoco i più grandi problemi morali, religiosi e sociali, che travagliarono quell’ultimo secolo della Repubblica Romana.

ALUNNO:SATURNI MARCO - 4°Ce                                                                

La piena assimilazione e la rielaborazione della scienza filosofica, antiquaria e scientifica di origine greca avviene in Roma a opera del grande erudito e poligrafo Marco Terenzio Varrone, nato a Rieti nel 116 e morto a Roma nel 27 a.C. Partecipò alla vita politica e fu dalla parte di Pompeo, che seguì nella guerra contro Sertorio, in quella piratica e nella campagna contro Cesare: comandò allora come legato le truppe pompeiane nella Spagna Betica, ma si arrese nel 49 a cesare, che lo volle amico e lo propose alla direzione della prima biblioteca pubblica.
Il secondo triumvirato gli si mostrò ostile e lo proscrisse: ma fu graziato e poté trascorrere tranquillamente nello studio il resto dei suoi giorni. Si fece seppellire secondo il rituale pitagorico.
Un catalogo incompleto dei suoi scritti ci è stato tramandato per mezzo di san Girolamo: ricostruendolo con altre testimonianze arriviamo a contare settantaquattro opere in seicentoventi libri, delle quali possediamo soltanto cinque libri del De lingua latina e il dialogo De re rustica. Elencando le principali conviene distinguerle in quattro categorie: le opere di storia letteraria e linguistica, le opere antiquarie , le opere didascaliche e le opere letterarie.
Le Imagines, in quindici libri, contenevano settecento ritratti di uomini celebri, accompagnati da una breve epigramma e da un riassunto della vita; il De poematis era una specie di trattato sulla poesia, nello schema delle artes retoriche; il De scaenicis originibus verteva sulle origini della drammatica latina; il De comoediis Plautinis e le Quaestiones Plautinae gettavano i fondamenti della critica plautina, riconoscendo l’autenticità di ventuno fra le centotrenta commedie che andavano allora sotto il nome di Plauto. Il De antiquitate litterarum trattava dell’alfabeto; il De origine linguae Latinae delle origini della lingua.
L’opera linguistica di gran lunga più importante era il trattato in venticinque libri; il De lingua Latina, composto fra il 47 e il 45: ci sono arrivati i libri V-X, parzialmente mutili.
La più importante delle opere antiquarie era rappresentata dalle Antiquitates rerum humanarum et divinarum ("Antichità umane e divine") in quarantuno libri, di cui venticinque per le antichità umane e sedici per le divine. Dividendo gli argomenti in sezioni (come de hominibus, de locis, de temporibus, de rebus, de deis), Varrone rifaceva la storia dei popoli e dei costumi antichi e tracciava un quadro completo delle antichità sacre.
Dal punto di vista religioso combatteva le fantasie dei poeti e cercava di interpretare la religione tradizionale alla luce della teologia di Posidonio, che concepiva il cosmo retto da un’anima cosciente la cui parte più nobile è l’etere, che dà origine agli dèi. Forse Cesare, a cui le Antichità divine sono dedicate, simpatizzava con questo atteggiamento che riconduceva le varie religioni all’unità dello spirito universale da cui tutti gli dèi derivano.
Attinsero alle Antiquitates molti scrittori pagani e cristiani, principalmente Sant’Agostino. Altri importanti scritti antiquari erano: De gente populi Romani (storia mitica dal diluvio universale del tempo di Ogige, re di Tebe, al periodo della monarchia in Roma), De vita populi Romani (la vita e lospirito della Roma antica), De familiis Troianis (specie di ricerca araldica sui nomi di famiglie patrizie romane), Rerum urbanarum (topografia di Roma), Aetìa (sull’origine di usanze strane).
La principale opera didascalica è De re rustica, scritta nel 37 e indirizzata alla moglie Fundania in occasione dell’acquisto del podere.
È divisa in tre libri dedicati rispettivamente a Fudania e gli amici Turranio Nigro e Pinnio e consta di una serie di dialoghi tenute in date e luoghi diversi, con interlocutori il cui nome richiama la materia trattata (come Vaccius, Vitulus, Merula, Passer, ecc.).
Si discute nel 1° libro della coltivazione della terra (De agricoltura), nel 2° del bestiame da pascolo (De re pecuaria), nel 3° degli animali da cortile e da vasca (De villaticis pastionibus).
Varrone non ha in mente la piccola proprietà, ma parla ai ricchi possidenti e allevatori amanti del guadagno e del lusso. Egli dimostra un sincero amore per la campagna e tenta di esprimersi in una lingua corretta e, talora, artisticamente elevata.
Argomenti di scienza navale affrontava Varrone nelle opere De ora maritima, De aestuariis ed Ephemeris navalis. Di diritto parlava nel De iure civili, di diritto e grammatica antiquaria negli 8 libri di Epistolicae quaestiones, redatti appunto in forma epistolare. Nei 9 libri di disciplinae (le nove scienze: grammatica, dialettica, retorica, geometria, aritmetica, astronomia, musica, medicina e architettura) dava vita alla prima grande enciclopedia latina e gettava la base della bipartizione medievale delle arti liberali in "trivio" e "quadrivio" (le ultime due discipline non furono riconosciute).
Di Varrone scrittore si devono citare principalmente le Sature Menippeae, composizione miste di prosa e di versi a imitazione del filosofo cinico greco Menippo di Gàdara (del III secolo a.C.); Varrone vi attese dall’80 al 46 circa. Erano raccolte in centocinquanta libri, dei quali non possediamo che circa seicento frammenti e un certo numero di titoli (che sono latini o greci: talvolta a un titolo latino corrisponde un sottotitolo in greco).
Varrone non mostra, nelle Menippae, di aderire in una determinata filosofia, anzi ritiene che spesso le dispute dei filosofi siano "logomatie" o puri scontri verbali: e, nonostante il suo ricollegarsi a Menippo, egli resta lontano dall’anarchismo rivoluzionario e dall’astratto cosmopolitismo dei cinici greci, richiamandosi di continuo al mos maiorum romano. Talvolta riesce anche a liberarsi, sia pure per un momento, dall’oratoria moralistica e a gustare disinteressatamente i multicolori aspetti del mondo circostante: nascono così tratti descrittivi e lirici che toccano la poesia: come la lode del vino definito hilaritatis dulce seminarium ("dolce scaturigine di buonumore"), gli agili galliambi in onore di Cibele e i dimetri anapestici – di levità quasi catulliana – per la gioia di un ritorno in patria.
Fra le opere letterarie vanno ancora ricordati i Logistorici, una raccolta di sessantasei libri in ciascuno dei quali era introdotto un personaggio a ragionare di una determinata questione (Atticus de numeris, Catus de liberis educandis, ecc.); il logistorico Pius aut de pace conteneva cenni biografici su Sallustio. Varrone aveva inoltre raccolto le sue Orationes in 25 libri, aveva scritto De vita sua e degli Annales di carattere cronologico.
Varrone – è stato detto- rappresenta "l’apogeo del sapere antico". Già i contemporanei si resero conto dell’importanza della missione culturale da lui intrapresa: i suoi lavori di carattere enciclopedico, importanti al concetto della funzionalità della cultura, aprivano nuovi orizzonti nel panorama della ricerca scientifica romana. La politica religiosa dei Cesari ha trovato la sua codificazione nelle teologia varroniana; Virgilio ha potuto fondare il suo poema epico sulle ricerche antiquarie varroniane e anche le Georgiche si ispirano a una dottrina di estrazione varroniana.
Asinio Pollione nella biblioteca pubblica organizzata da Varrone volle vedere il suo busto allineato tra quelli degli uomini insigni del passato, e questo quando ancora il Reatino era vivo. La più bella lode a lui indirizzata si legge nel I libro degli Academica Posteriora di Cicerone:"In questa nostra patria noi eravamo come ignari e stranieri; i tuoi libri ci hanno ricondotto alla nostra casa antica. Tu della nostra gente ci hai rivelato l’età, le ripartizioni dei tempi, i santi riti del culto, i sacerdozi, il costume domestico, la disciplina militare, i luoghi, la religione, i monumenti; di ogni istituzione divina e umana i nomi, gli usi, le cause. Sui nostri poeti e sulle nostre lettere latine quanta luce hai gettato! Alla nostra filosofi tu desti il principio, suscitandone l’amore, pur non esaurendone il compito". E la sua instancabile attività di scrittore fu accusato di grafomania (homo polygraphòtatos lo definisce Cicerone scrivendo ad Attico) e certo una produzione così vasta poco si prestava ad un’accurata resa stilistica: su Varrone scrittore pesa, infatti, un giudizio complessivo di trasandatezza espresso da Quintiliano.
La vastità della sua produzione fece dire a sant’Agostino: "Varrone ha letto un si gran numero di libri che fa meraviglia come abbia potuto trovare il tempo di comporre egli stesso: tutta via ne a composto così un gran numero che appena si comprende come abbia potuto leggere tanti". Nel campo dell’informazione erudita non si poteva prescindere dalla sua opera. Cicerone lo chiamava vir omni doctrina, Quintiliano lo giudicava vir doctissimus Romanorum, nel IV secolo Simmaco lo definiva Romanae eruditionis parens. Gli scrittori cristiani, quali Tertulliano, Lattanzio, Girolamo e Agostino, lo ammirarono e riconobbero in lui un valido anello tra il mondo pagano e la nuova civiltà cristiana.
Più che su chiunque altro dei Patres Latini Varrone ebbe influenza su sant’Agostino. Il concetto che sorregge l’immagine della città terrena nel De civitate Dei si basa su opere intere di Varrone, quali le Antiquitates divinae, le Antiquates humanae e il De gente populi Romani. Pare che intorno al 600 d.C. molte delle opere maggiori di Varrone fossero scomparse: si ritiene che già Isidoro di Siviglia conoscesse interi soltanto i libri che noi oggi possediamo ancora. Sul tramonto del Medioevo il dotto Giovanni di Salisbury, degno seguace di Bernardo di Chartres per l’amore della classicità, aveva parole di alto elogio per Varrone: Inferior nulli Graecorum Varro fuisse/scribitur, hunc patrem Roma vocare solet;/plura quidem nullus scripsit, nullus meliora.
All’inizio del Rinascimento Petrarca nel Trionfo della Fama assegna a lui, "il gran lume romano", il terzo posto accanto a Cicerone e Virgilio, quale guida del sapere alle generazioni umane.
Nostro concittadino, Benedetto Riposati, che con i suoi studi varroniani ha contribuito a mantenere vivo l’interesse per l’autore e per le sue opere nel mondo della cultura.
In occasione del bimillenario della morte di Varrone si sono avute a Rieti, nel settembre 1974, solenni celebrazioni, con l’intervento del capo dello Stato, senatore Giovanni Leone. Si è avuto, in oltre, a Rieti dal 22 al 26 settembre 1974, un congresso Internazionale di studi varroniani, con l’intervento dei più insigni latinisti italiani e stranieri, studiosi della grande personalità di Varrone.
Una statua in bronzo di Varrone, opera dello scultore Bernardino Morsani, è stata collocata nei giardini di Piazza Oberdan, testimonianza tangibile dell’amore della città di Rieti per il suo figlio illustre.

                                                                                                                                    WB01343_.gif (599 byte)HOME PAGE