PERSONAGGI ILLUSTRI DELLA CITTA' DI RIETI

A CURA DELL'ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE DI RIETI

"C. Rosatelli"

CELESTINO  ROSATELLI

 

L’UOMO E L’OPERA

Nasce in un piccolo paese, un paese di poche anime e di poche case, ma situato dove i dilettanti di curiosità amerebbero scoprire il centro di gravità, o almeno il centro di figura della nostra Italia; non aver nulla per cominciare, ben poco per camminare, e arrivare tanto lontano e salire così in alto, sembrerebbe proprio un invito a credere nei disegni sottili del destino. Ma Celestino Rosatelli non fu aiutato da nessun veggente, e camminò solo.
Partito con l'unica ma ignorata ricchezza di quel destino, ha percorso una strada che, a riguardarla oggi, dopo quasi cinque anni da che s'è conclusa, invita a meditare sull'importanza, che si vorrebbe troppe volte determinare nella vita di un uomo, del cosiddetto favore dell'ambiente, della ricchezza dei mezzi e di quella larghezza di orizzonti che è sempre la prediletta della retorica delle predizioni.
Perché il Rosatelli è venuto al mondo nell'ambiente più disadorno e più semplicemente agreste che si possa immaginare. Per assicurargli lo studio il buon padre dovette vendere parte della sua poca terra; e il piccolo Celestino, che allora di aeronautico non aveva che la delicata musica del suo nome, cominciava a sdebitarsi nel solo modo che poteva, risparmiando scarpe e recandosi a scuola ogni giorno, da Belmonte a Rieti, a piedi scalzi. Per un ingresso più dignitoso nella città della sua dottrina, e probabilmente anche per calmare l'affanno della corsa, sostava un momento alle porte, sul margine della strada, e si infilava finalmente le scarpe che per dieci buoni chilometri gli saranno penzolate traballando sulle spalle.
Che risalga ai primi attimi di riflessione, stando seduto sulla riva di un fosso coi piedi infuocati, il desiderio di far tutto per aiutare i suoi simili, calzati o scalzi, a sollevarsi una buona volta dalla polvere e dal fango? Nessuno può dire. Ma è certo che la modestia dell'ambiente e della famiglia non potevano venirgli in aiuto con qualche pensiero che fosse più vasto del quadrato di una vigna.
E neppure il mondo che l'aspettava fuori di casa poteva dirsi seminato di ispirazioni; un mondo che, del volo, avrà appena ricordato gli uccelli di S. Francesco predicante in tutta la Sabina fino in vista di Belmonte, presso quella Fonte Colomba dove il Santo degli uccelli avrebbe finalmente sostato per dettare la sua regola. Belmonte, fra gli abitati della regione, è poi di quelli che sorgono più elevati, sospettosi e solitari, e paiono ancora guardare col fiato sospeso le corse dei saraceni lungo il fondo delle valli. Da dove, se non dal proprio animo, poteva dunque ricevere un ragazzo i primi pensieri del volo, i primi desideri di costruire macchine per volare?
A quell'epoca, del resto, nessuno poteva pensarci; e tanto meno ci avrà pensato un ragazzetto scalzo quando scendeva a salti dalle giravolte della strada di Belmonte, col solo pensiero di giungere a scuola in tempo. Al più, potranno avergli detto che quel castello di Rocca Sinibalda, in vista della sua casa, era piantato lì da trecentocinquant'anni,e che, a guardarlo dall'alto, avrebbe rivelato la sua forma d'aquila ad ali distese, voluta da un certo Cardinale che avrà avuto a quel tempo ottime ragioni, chiedendone licenza al Santo, di mostrasi più amico delle aquile che delle colombe; o potrà avere anche intravisto, in qualche gita domenicale alla Cattedrale di Torri in Sabina, quell'affresco di primitiva innocenza che raffigura, attorno al signore, una volata d'angeli con le penne cesellate con tale minuzia da far pensare ad un assillo stravagante di strapparne il segreto del volo.
Poco, in ogni caso, per un ragazzo di otto anni, cui non sarà stato dato né di leggere né di ascoltare nulla al di fuori di semine di raccolti e vita dura. Ma Celestino Rosatelli era nato con la sua vita ugualmente tracciata il giorno 8 di un mese d'Aprile, due anni prima che a Milano, nello stesso giorno dello stesso mese, l'8 Aprile del 1877, nascesse un'altro Celestino, italiano e aeronauta: quel Celestino Usuelli che, votatosi poi al più leggero, doveva far parlar di sé con diversa ma non minore risonanza.
Appena fu in grado, il Rosatelli si mise di impegno per sollevare la famiglia dal peso dei suoi studi con qualcosa di più sostanzioso delle trottate a piedi scalzi. Il futuro formidabile matematico, dopo essere arrivato a guadagnarsi una borsa di studio di 500 lire all'anno, scoperse ben presto che l'aiutare i compagni meno formidabili nella dura amicizia coi numeri poteva essere una risorsa preziosa. E, in cambio di lezioni, poté aiutarsi così bene da assicurasi il proseguimento degli studi a Roma, prima all'Istituto Tecnico, poi all'Università dove lo troveremo laureato a pieni voti in Ingegneria Civile nel 1910, specializzato in Costruzioni Aeronautiche sotto la guida del prof. Verduzio e assistente di ruolo in Meccanica Applicata alle Costruzioni, nel 1911.
La ferma volontà di riuscire, la grande disposizione, quasi una vocazione, per le matematiche, e l'immediato orientamento verso la specialità, dovevano far dono al nostro paese, già quattro anni prima della nostra entrata in guerra nel 1915, di un tecnico aeronautico che, per 35 anni, sarebbe stato a rappresentare una delle nostre "scuole" più tipiche, che andrà dalle dimostrazioni della prima guerra mondiale, fino alle affermazioni più decisive della nostra aeronautica quando essa giungeva, prima dell'inizio dell'ultimo conflitto, ad un grado di evoluzione tecnica e costruttiva di innegabile preminenza. Dopo avere svolto presso la Scuola di Costruzioni Aeronautiche, annessa a Battaglione Specialisti del Genio di Roma, un corso di Teoria e Costruzioni dei Dirigibili, il Rosatelli è subito chiamato all'inizio della Prima Guerra Mondiale, dalla stima dell'allora Capitano Verduzio già suo maestro, a far parte, come ufficiale del Genio, della Direzione Tecnica dell'Aviazione Militare di Torino, cioè dell'organismo che doveva poi trasformarsi in quello che è oggi il nostro Genio Aeronautico.
Assegnato al reparto che aveva il compito, per allora alquanto vago, dello studio degli "apparecchi", si può dire che i primi aeroplani italiani veramente "calcolati" siano passati dalle sue mani, a partire da quello SVA che tutti ricordano, piloti e non piloti, e che gli ingegneri Savoia e Verduzio avevano cominciato a studiare nel lontano 1914 affidandone poi i calcoli al giovane Rosatelli, ancor prima che egli entrasse a far parte, nel 1918, dell'Organizzazione Aeronautica della FIAT.
Torino e SVA: una città e un velivolo tenevano a battesimo il Rosatelli quando nel 1918 cominciava la sua carriera di progettista con quella sigla BR che, per ogni aviatore che abbia almeno qualche capello bianco, ha un suono e un significato di vecchia amicizia.
A partire da questo punto, la storia del nostro Rosatelli è fatta di aeroplani e di sigle. e qui bisogna allora spiegare, anche per scusarci di qualche nostra debolezza, che cosa sia un aeroplano per un aviatore, che cosa sia un progettista per chi porterà in volo la macchina che egli ha creato e calcolato.
Un cavallo ha un nome, un carattere suo, che nessuno ha la colpa o il merito di avergli dato e che nessuno avrebbe il potere di cambiargli. Una nave ha un suo nome di battesimo, di solito il nome di qualche grande Generale terrestre del passato, di un poeta, qualche volta di una regina, di una donna; mai di un tecnico navale che potrebbe essere chiamato a rispondere di un male avvenuto nelle tempeste. Un'automobile ha una marca, una reputazione di mondanità, di potenza, di velocità, che non domanda la responsabilità della coscienza di un uomo se viene meno alle aspettative. L'aeroplano No. L'aeroplano ha, o almeno aveva, un nome, un chiaro o dissimulato, del responsabile della sua indole, della fedeltà nel pericolo, della sua generosità verso i nostri errori.
Qualche volta il nome era racchiuso in poche lettere scarne: BR, CR; qualche volta in lettere con un numero: R700, APR2. Era il codice segreto, il cifrario geloso tra chi aveva creato la macchina e a chi alla macchina si affidava, in un gioco che, potendo avere per posta la vita stessa, era pure un esempio di quanto naturali fossero lealtà e fiducia negli uomini che vivono sui campi di volo; per quanto oggi l'usanza vada perdendosi con sigle che spesso non racchiudono altro che aridi segreti di officina, e con apparecchi che si vanno adornando di nomi seducenti e apocalittici, la cui funzione, a seconda del bisogno, dovrebbe o sostituire quella un tempo affidata ai piumaggi dei guerrieri per spaventare i nemici ancor prima di snudare le spade, o aiutare a persuadere passeggeri esitanti con suggestioni astrali di fiaba.
Col BR ("Bombardamento Rosatelli" creato nel 1918) l'intuito dell'ideatore compie il primo passo felice, e per tre anni questo apparecchio da bombardamento farà scorrere i primi rivoli, che diventeranno fiumi, sulla questione del tramonto della caccia di fronte al bombardiere divenuto ormai troppo veloce, secondo alcuni, perché il caccia potesse più sperare di raggiungerlo.
Nel 1919, nel vivo delle inquietudini sociali del primo dopo-guerra, il Rosatelli giunge in tempo a costruire l'ARF transatlantico, che compie il primo volo l'anno successivo: 5000 Kg, 800 cavalli, 250 chilometri all'ora, 3500 metri di tangenza, 4000 chilometri di autonomia. Ma anche in questo biplano, sempre la stessa aria di famiglia che vedremo durare per molti anni ancora e che non verrà modificata neppure quando si dovrà far posto alle molte esigenze del progresso: la forma della fusoliera e la tipica travatura triangolare porteranno infatti sempre e inconfondibilmente la firma del progettista.
Non sò quanto entusiasmo il Rosatelli si sia anch'egli a suo tempo convertito, come era giusto e inevitabile, al monoplano; ma non credo che la tristezza di vedere scomparire la due ali con in mezzo quel tipico zig-zag, sia stata soltanto dei piloti. La cellula Rosatelli, in campo di aviazione, era subito stata salutata come una cara e vecchia conoscenza , così in un apparecchio isolato e lontano in mezzo al campo, come nei molti apparecchi ammassati in un hangar dove, con un festoso incrociarsi di tralicci, generavano prospettive di un astrattismo arditissimo che si sarebbe potuto intitolare al trionfo della diagonale.
Dopo un anno di gravi incertezze per le attività industriali, alla fine del 1920 la fertilità creativa del Rosatelli riprende vigorosa con lo studio dell'AL per trasporti civili, apparecchio che, costruito mentre il vecchio glorioso SVA di Ancillotto attraversava le Ande con un volo memorabile, prenderà parte tra l'altro al giro d'Italia del 1922. Contemporaneamente nasceva l'R700, appositamente studiato per la Coppa Deutsch de la Mourthe, e che cominciò col battere un primato di velocità ancor prima di volare: dopo solo sei mesi dal primo studio, l'apparecchio era pronto a prendere il via. Altro primato si assicurava poi nella corsa sul giro più veloce, compiuto alla media di 310 chilometri all'ora con uno scarto di ben 35 chilometri sul miglior tempo del vincitore, prova che doveva poi trovare buona conferma nel 1922 col primato mondiale di velocità a 336 chilometri all'ora.
Nel 1923, nell'anno di fondazione della nostra Arma Aeronautica, nasce il primo caccia di una schiera destinata a diventare un po' il sinonimo della fama del nostro progettista: il CR1, subito riuscitissimo, che segna l'inizio delle costruzioni militari in gran serie. Nel frattempo, anche la famiglia dei bombardieri e siluranti BR si arricchisce di tipi perfezionati e modificati: BR1, BR2, BR3, che valgono a mantenere alla scuola italiana, e per molti anni, un primato di reputazione ovunque riconosciuto (nel 1922: Riunione Aviatoria di Nizza, Raid Torino Torino-Strasburgo, Circuito dei Vosgi, Raid Strasburgo-Milano; nel 1923: Raid Nizza-Palermo-Tunisi; nel 1925: Raid delle Capitali, Torino-Parigi-Bruxelles-Londra-Torino).
Per chi non conoscesse la misura delle anticipazioni tecniche attuate dal Rosatelli, valga il ricordare che questi BR, dopo aver compiuto le loro prodezze di gioventù per tutte le capitali d'Europa, prestavano ancora servizio preziosissimo ben quindici anni dopo, e cioè ancora nel 1937, alle scuole militari di pilotaggio dove rappresentavano sempre, per gli allievi, l'alta scuola della finezza e della sensibilità. Pilota era una cosa; pilota di BR qualcosa di più. Erano macchine che incutevano rispetto, ma insieme fiducia all'allievo smarrito che, lasciato solo al decollo con mille cavalli brontolanti a pochi palmi dal naso, si preparava a scatenarli, sprofondando fin quasi a sparire in una fusoliera gigantesca; macchine che non tradivano mai, ma che non ammettevano approssimazioni nei lunghi avvicinamenti per l'atterraggio e nelle richiamate che dovevano essere graduali e dolci come sospiri interminabili.
Col CR20, discendente dal CR1, il Rosatelli inizia nel 1925 la costruzione metallica fatta di laboriosa alleanza tra acciaio e duralluminio. E anche questo CR20 dovrà unire i suoi meriti a quelli del BR, tanto che lo vedremo ancora, dieci anni dopo, in brillante attività di servizio presso le scuole militari di maggiore perfezionamento.
Dopo una variante del CR20 con l'R22, appare nel 1927 la prima concessione del Rosatelli al monoplano, l'A120; non un monoplano come lo intendiamo ormai oggi, ma come lo intendeva allora: un biplano con un piano di meno, e cioè a "parasole"; gergo da ozioso passeggio, che non impediva però all'apparecchio di vincere nel 1931 la Coppa Bibescu alla media di 255 chilometri all'ora, media a quei tempi rispettabile per i soli 550 cavalli di cui disponeva.
Rotto il ghiaccio con i monoplani, il Rosatelli affronta nel 1928 il problema del grande trimotore veloce (oltre 250 Km/h), di grande portata (oltre 5000 Kg), di grande tangenza (oltre 5000 metri); e lo risolve col BRG, un monoplano da 2000 cavalli nel quale non sapremmo però riconoscere oggi la vena più felice dell'autore, che si sarebbe detto quasi preoccupato di dove collocare tre motori su una cellula che manifestava gli aspetti tipici della crisi di transizione tra il biplano già perfetto di allora e il monoplano perfetto di oggi.
Ma anche con il tema "monoplano", il Rosatelli, messo di fronte a una questione di principio con ampia libertà di concezione , doveva rivelare tutta la versatilità della sua ispirazione; ed eccolo progettare infatti il C29, idrovolante, approntato nel 1929 per la Coppa Schneider, anticipando genialmente soluzioni che ritroveremo ancora con poche varianti in molti esempi classici dell'ala bassa di sagoma affilatissima coi due galleggianti. E fu un vero peccato per il Rosatelli, per la Fiat e per l'Italia, che quel gioiello di meccanica e di ardimento costruttivo si dovesse poi rivelare inadatto, soprattutto per le dimensioni estremamente ridotte, a determinare prove che la classica competizione prescriveva anche all'infuori delle caratteristiche di volo e, in particolare, alle prove di navigabilità.
Nel 1931 in nostro Rosatelli – ci sembra di vedergli negli occhi un lampo di soddisfazione – ritorna con entusiasmo al suo biplano e crea, quasi per rivincita, quel CR30 con riduttore che l'anno successivo, a Zurigo, doveva sbaragliare tutti i concorrenti conquistando il primo e il secondo posto delle gare internazionali di velocità. Col CR30, e col successivo ancor più celebre CR32, si era iniziata – e si può dirlo tranquillamente senza timore di immodestia – una supremazia che la caccia italiana doveva conservare per molti anni nel campo acrobatico.
Poche e di scarso rilievo le variazioni di alcuni prototipi successivi, fino a giungere nel 1938 al CR42, e cioè al biplano di maggiore finezza che mai fosse stato fino ad allora realizzato. E tale primato rimarrà probabilmente imbattuto per la scomparsa forse definitiva della cellula biplana con la quale l'aeroplano, quarant'anni prima, aveva spiccato i primi voli.
Ma già nel 1934, nello stesso anno in cui l'Italia conquistava lo spettacoloso primato mondiale di velocità per idrovolanti, il Rosatelli era costretto ad accettare il fatale declino del biplano, quando si risolveva allo studio dell'APR2 (aeropostale Rosatelli), felicemente realizzato l'anno seguente, e utilizzato per molto tempo al servizio regolare sulla Venezia-Milano-Parigi, nel 1935, la vecchia sigle militare BR ricompare col BR20, monoplano bimotore da bombardamento con caratteristiche di avanguardia e largamente adottato dalla nostra aviazione militare, e in seguito modificato e sempre aggiornato con la serie BR20M e BR20 bis. Ultimi derivati del BR20 furono ancora il BR20A, da corsa, di cui tutti ricorderanno la bella prova nella corsa Istres-Dmasco; il BR20L, a grande autonomia, studiato appositamente per le necessità dei collegamenti senza scalo con l'Africa Orientale.
il CR25, bimotore militare più leggero da caccia e assalto, realizzato nel frattempo, non ebbe modo di arrivare alla fase di impiego a causa delle circostanze sopraggiunte in seguito al conflitto già in pieni corso. Esso rimarrà come ultima testimonianza degli sfori compiuti per dotare anche la nostra aereonautica di bimotori, lottando contro le difficoltà create non soltanto dalla mancanza dei motori adatti ma anche da taluni preconcetti che, pure marcati di serio fondamento teorico e comunque smentiti dalla pratica universale, sopravvivevano ancora con strana e dannosa tenacia.
Le esigenze imperiose e urgenti della guerra, le esitazioni nel predisporre i nuovi prototipi che sarebbero stati necessari per adeguare in breve tempo la nostra produzione alle caratteristiche delle altre aviazioni e la mancanza di motori di sufficiente potenza, fecero si che anche l'ingegno del Rosatelli, come quello di altri valorosi progettisti, non potesse produrre quello che molti vedevano chiaramente come necessario, e che lo stesso Rosatelli non avrà mancato di vedere anche più chiaramente. Grande amarezza per un uomo che tutta la vita aveva dedicato all’aviazione del suo paese: nel momento del bisogno maggiore, quando le necessità, le insistenze, i pericoli premono da ogni parte, il non trovarsi in grado di offrire il contributo della propria e lunga esperienza. CR e BR, superati dal ritmo improvviso, ma sapientemente predisposto, di complessi industriali di proporzioni a noi sconosciute, dovevano arretrare di fronte all’evoluzione già lanciata dall’aeronautica del resto del mondo in conflitto. L’R23, che avrebbe dovuto ridurre il distacco fattosi ormai incolmabile tra i mezzi offerti ai nostri piloti e quelli di cui già disponevano i piloti degli altri paesi, non poté andare oltre i primi studi e i primi tentativi di cantiere; perché, oltre a tutto, si era ormai giunti ai tempi in cui, dai pochi mesi una volta sufficienti per passare dallo studio ai primi voli e alla fabbricazione in serie di un prototipo, si era arrivati ai quattro-cinque anni, e ciò per la molteplicità delle esigenze di guerra e per la complessità degli apparecchi e delle attrezzature che dovevano soddisfarle.
Errori di lunghi anni si scontavano in attimo, con la dimostrazione che un determinato settore dell’industria di una nazione, per considerarsi efficiente in ogni circostanza, deve saper conseguire in tempo una perfetta armonia nello sviluppo di tutte le sue parti.
E il nostro Rosatelli, trovatosi al centro di questa crisi nella completa maturità della sua esperienza, deve avere subito, pur nel pieno delle sue energie, una scossa morale che avrà contribuito indubbiamente ad affrettare la fine, giunta improvvisa il 23 settembre del 1945.
Il Rosatelli moriva a Torino, nella sua città di adozione, vicino al suo lavoro. Ultima consolazione, il vedersi ancora amato e seguito dai suoi operai, anche in quelle vicende grigie che stavano per concludere uno degli atti più dolorosi della nostra storia.
La vita di una figura eminente non si può riassumere con qualche numero, con il ricordo di qualche tratto del carattere o di qualche prodotto dell’ingegno; tanto più quando si tratta, come per Celestino Rosatelli, di una mente e di una vita consacrate a una produzione che riassume il convergere di un complesso di attività e, diciamo pure, di onestà collettive, che, chi crea, può anche avere talvolta la fortuna di trovare, ma ha quasi sempre il dovere di suscitare, soprattutto con l’esempio. La concezione più geniale, la più estenuante delle fatiche creative, possono venire irrimediabilmente e tragicamente compromesse nell’atto supremo della prova, per colpa del malvolere o della semplice distrazione di chi ha il modesto incarico di serrare una vite o di frenare un collegamento; e questo era soprattutto vero nei tempi, come erano i primi tempi del Rosatelli, in cui il carattere della produzione aeronautica era ben diverso da quello di oggi. E chi conobbe del Rosatelli le tormentose inquietudini alla vigilia del primo volo di ogni prototipo, può facilmente immaginare che cosa significasse per lui il dubbio di non avere previsto tutto, di non avere calcolato e sorvegliato tutto.
Dire che il Rosatelli ha progettato più di 60 tipi di apparecchi, e che più di 6000 hanno preso il volo, è dire niente. Probabilmente lui stesso, se uno l’avesse pregato di precisargli quei numeri, avrebbe risposto, sinceramente, di non saperli, di non averne la minima idea. Avrebbe invece preferito conversare, discutere, buttarsi a parole e anima negli argomenti a lui più cari, piuttosto che concedere alla statistica meschina dell’inventario. Si può dire che l’indole più spiccata del suo carattere, l’aspetto che ricordano sopra ogni altro quanti l’avvicinarono, fosse infatti quello del poeta che amava affrontare i contrasti delle convinzioni, vivace, estroso, sempre esuberante e ricco di immagini e di paradossi, ma ancorato sempre al culto dell’esattezza dal quale il suo spirito, profondamente devoto alle matematiche che egli non esitava a identificare con la stessa ragione umana, mai avrebbe accettato si scostarsi.
La matematica, come la sola scienza che possa condurre alla perfetta conoscenza, era per lui alimento quotidiano, e avrebbe voluto che lo fosse per tutti.
Persino per giudicare il grado esatto di cottura di uno spaghetto, egli sosteneva allegramente, e seriamente insieme, che si dovesse controllare sulla forchetta la naturale curvatura che, in caso favorevole, doveva corrispondere a una determinata formula di cui lui solo conserva il segreto. Argomento che ci porta, anche senza volerlo, a ricordare del nostro Rosatelli l’uguale attitudine a divorare e a digerire con velocità incredibile qualunque e più astruso trattato di calcolo, come a infrangere le severe regole della tavola, che gli erano, o avrebbero dovuto con più fermezza essergli imposte per una ragionevole disciplina di salute.
Nel segreto dei rari momenti di quiete, qualche libro di calcolo lo lasciava però volentieri da parte, per andare a pescarne fuori qualcuno di latino. Per conto suo, gelosamente, con pazienza, egli provava così a soddisfare il bisogno di riempire un vuoto che il troppo amore per i numeri gli aveva fatto trascurare.
Forse era anche un richiamo umanistico verso la prima gente della sua terra, e chissà, forse anche verso l’autore ignoto di quegli angeli di Torri in Sabina che, con l’avanzare degli anni, gli saranno apparsi sempre più vivi e significanti nella loro ribellione di penne.
Ma, fondamentalmente, egli doveva sempre rimanere quella "mente geometrica" che i suoi maestri ancora ricordano e che egli, pure nella sua modestia, era fiero di possedere e cercava in tutti i modi di trasfondere agli allievi e ai collaboratori che sceglieva appunto fra coloro che tale quadratura mentale presentassero più vivida e spontanea. E fu ventura per quanti ebbero la gioia di avvicinarlo, che egli non cercasse con eguale entusiasmo e forza di persuasione di far discepoli anche nella scienza meno nobile della finanza, nella quale, da pensatore di razza quale era, il sistematico e pessimi calcolo del vantaggio materiale lo faceva concludere sorridendo, ma sempre troppo tardi, che le speculazione fatte per lui non erano di moneta, ma di spirito.
Come tutti i savi autentici, conosceva il piacere di criticarsi e di lasciarsi criticare con giovialità; tanto che, a chi gli domandava con qualche malizia perché mai, proprio lui, amasse così poco il volo, soleva rispondere che la sua paura era troppo forte; così forte che, per dissiparla con un margina appena sufficiente di tranquillità, gli sarebbe toccato di irrobustire talmente le sue macchine che, pesanti come case, non si sarebbero staccate più di un palmo da terra. Sotto lo scherzo semplice, c’era però l’inesauribile preoccupazione del saggio: quella di dubitare sempre della propria certezza, che vera certezza è quindi mai. E la prova di questo nobile e sempre più raro dubitare la si poteva scorgere nei suoi occhi, nel modo in cui essi seguivano il pilota ogni volta che si accingeva al primo volo di una sua macchina; né valeva tranquillizzarlo il ricordo delle infinite volte che egli aveva visto il pilota discendere invariabilmente soddisfatto di aver trovato l’apparecchio maneggevole e già perfettamente centrato.
La sua fina improvvisa, il passaggio subitaneo dalla vita esuberante alla quiete di sempre, è avvenuto purtroppo in giorni di turbamento della nostra storia, quando sembrava che i vivi più non avessero né tempo né cuore per ricordare, o appena salutare, i molti che li lasciavano; così da fare apparire tanto dolorosamente più vera quella leggenda che parla dei morti che galoppano veloci sul vento, che sembrano cioè allontanare, impiccolire, e svanire, più rapidamente di quanto vorrebbe il ritmo umano del tempo e la sincerità dell’affetto.
Ma noi non sapevamo che Celestino Rosatelli sarebbe ritornato per raccogliere il saluto che l’aspettava e per vedere la testimonianza dei suoi meriti proprio dove è più vivo il ricordo del suo lavoro, fra i piloti, i tecnici, gli amici, gli allievi.
L’eredità del sapere e dell’ingegno toccherà a coloro che dalle sue ispirazioni e dai suoi calcoli sapranno trovare molta materia per proseguire nella evoluzione scientifica che non si arresta mai. Ma c’è un’intera generazione di giovani, ora non più giovani nemmeno loro, che non saprà separare il nome di Celestino Rosatelli da una giovinezza passata nelle indimenticabili alternative di gioia e di sacrificio che fanno la vita del volo. Credo che sarà questa generazione, oggi che l’ambizione al sacrificio s’è fatta così tenue, a conservare di Celestino Rosatelli il ricordo più bello, e certamente a lui più caro.
Milano, aprile 1950

Ing. CESARE BIFFI

                                                      Celestino Rosatelli
nel Ricordo dell’ing. G. Gabrielli
Per illustrare gli aspetti più originali delle realizzazioni con cui l’infaticabile opera di Celestino Rosatelli ha contribuito durante un trentennio al progresso della tecnica aeronautica, occorre ricordare le condizioni in cui il Suo felice geniale lavoro ebbe inizio e si svolse.

Nel lontano 1915 la tecnica aeronautica richiedeva al progettista la risoluzione di ingentissimi problemi offrendo a guida ed a conforto solo pochi incerti dati e quasi nessuna regolamentazione.
Celestino Rosatelli si presentò allora all’aviazione per affrontare ardite realizzazioni munito dell’acuta analisi della sua mentalità rigorosa e del formidabile bagaglio di scienza e di conoscenze che aveva maturato sui testi più classici della Scienza delle Costruzioni, dove si era particolarmente distinto ed affermato giovanissimo.
I metodi della teoria dell’elasticità applicati alle costruzioni aeronautiche erano, a quell’epoca, una novità.
Nella sua opera Egli fu guidato dalla rigorosa premessa di applicare le teorie che profondamente conosceva a quelle strutture aeree così complesse e così capricciose che la tecnica e la fantasia allora suggerivano. E alla base delle Sue creazioni Egli pose questo canone in una forma che diede il più brillante dei risultati nella risoluzione di quel grande problema di compromesso tra le esigenze aerodinamiche e quelle costruttive e statiche, esigenze che si ponevano con scarso conforto davanti alla sua mente: e da quella lontana epoca, Celestino Rosatelli impose la linea delle strutture biplane rigide in una forma razionale e felice.
Col passare degli anni i dati aerodinamici, le norme che regolavano i carichi, il progredire delle ricerche teoriche sulle sollecitazioni, i risultati delle indagini che venivano pubblicati dai laboratori e il moltiplicarsi delle esperienze costruttive in tutto il mondo confortarono sempre più la linea che Egli aveva scelta, e seppe meravigliosamente perfezionare; i modelli che seguirono, i quali a migliaia si imposero in Italia e in tutto il mondo, fecero sorgere quella scuola delle travature rigide che possono veramente portare il suo nome, e quella alta classe di piloti che portarono le sue ali all’ammirazione del mondo tecnico e del mondo sportivo.
Celestino Rosatelli con la sua profonda intelligenza seppe dunque trovare a quell’epoca le vie nuove della realizzazione delle strutture rigide biplane e dell’architettura aerodinamicamente ottima.
L’equilibrio della macchina, l’armonia delle sue forme e l’analisi in dettaglio di quei complessi fenomeni che il crescente aumento della velocità poneva man mano alla sua attenzione, passavano al vaglio di quella alta personalità e di quella complessa educazione, che si poteva dire sintetizzata in una mentalità analitica nata dal connubio di una profonda scienza e di una spiccata genialità.
In primo luogo Egli seppe mettere la chiarezza nelle linee dei particolari, obbedendo alla più rigorosa imposizione dei problemi statici.
Nacquero così i famosi nodi rigorosamente centrati e scrupolosamente calcolati per tutte le contingenze scaturite dalla sua acuta analisi, ma non ancora confortati dall’esperienza.
Il volo in picchiata, il volo rovescio e le sollecitazioni ad essi inerenti formarono oggetto di sue originali ricerche dalle quali egli trasse ulteriori elementi per il proporzionamento. E furono ricerche rigorose che sfociarono in dati esatti, come in seguito l’esperienza e le ricerche di altri potranno confermare.Il problema della compensazione della coppia dei motori, l’influenza della scia di rotazione dell’elica sull’impennaggio, l’effetto dei gas di scarico dei motori con cilindri in linea, costruirono oggetto di studi originali che a molti sfuggirono, ma di cui Celestino Rosatelli intuì subito la portata, passando senz’altro alle applicazioni.
Pervenne a originali realizzazioni di pura aerotermodinamica, quale quella dal radiatore intubato, che costituisce una delle più belle pagine che Egli seppe scrivere nella storia del progresso della tecnica aeronautica.
La sua mente fervida e il suo spirito ricco di entusiasmo furono qualche volta frenati da un rigido ossequio alla Scienza e da quello scrupoloso esame analitico, che doveva sempre essere complessivamente vagliato attraverso la sua personale statica.
Così, quando le ali monoplane incominciarono ad apparire, Celestino Rosatelli fu molto prudente e volle pazientemente adottare la sua personale analisi a questo nuovo problema di statica e di aerodinamica che si poneva al coraggio del progettista.
Nel 1930 affrontò la costruzione di un grosso monoplano con ali a semisbalzo nelle quali, forse per la prima volta nella storia, i fenomeni aeroelastici, come oggi si chiamano, si manifestarono. Visse mesi di affannose ricerche, di ansie e di dispiaceri. Visse delle impressioni del suo pilota: questo era l’unico strumento che poteva possedere l’ingegnere progettista di fronte ad un fenomeno così complesso, che anche oggi, sebbene in forma diversa, occupa e preoccupa la tecnica aeronautica.
Proprio in quell’epoca io ebbi il piacere e la fortuna di conoscere Celestino Rosatelli e di diventargli amico.Ho apprezzato la sua forza d’animo, la sua tenacia. Ricordo con ammirazione e con immenso affetto la figura di quest’Uomo, che fu ad un tempo scienziato e tecnico, che fu di grande cuore, sempre pieno di premure, di generosità e di interesse.
Celestino Rosatelli ha saputo scrivere nella storia dell’aviazione pagine gloriose ed i tecnici di oggi ne sapranno onorare la memoria.
Purtroppo, ancora giovane e pieno di entusiasmo, il suo fisico non lo sorresse: improvvisamente Celestino Rosatelli passò dalla vita alla morte, senza quasi accorgersi dell’estremo viaggio, sul quale la sua mente eletta era stata tante volte condotta a filosofare.Rimane di Lui il ricordo più caro in quanti lo conobbero: negli uomini illustri, che ne ammirarono la vivida intelligenza e che subirono il fascino che la sua personalità sapeva portare in ogni discussione; negli amici e nei tecnici, che seguirono la sua opera e la sua scuola, e negli umili che assai numerosi ebbero modo di apprezzare il suo animo eletto e la sua suprema bontà.

Torino, maggio 1950
G. GABRIELLI

Alunno: Alessandro Petrucci  4°Aet

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