PERSONAGGI ILLUSTRI DELLA CITTA' DI RIETI

A CURA DELL'ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE DI RIETI

"C. Rosatelli"

MASSIMO  RINALDI
Vescovo
(1869-

 

Nacque a Rieti il 24/09/1869, in via Porta Conca, da Giuseppe fu Matteo, contadino analfabeta e da barbara Marinelli di Antonio. Fu battezzato in cattedrale lo stesso giorno della nascita, padrino fu lo zio paterno il canonico don Domenico Rinaldi.
Dopo la morte della madre, all’età di 4 anni, insieme a tutta la famiglia composta dal padre e dai suoi 3 fratelli, furono assisti dallo zio don Domenico e dalla sorella. Massimo ricevette il sacramento della confermazione il 20 agosto del 1876 nella parrocchia di San Michele Arcangelo dal Vescovo Egidio Mauri divenuto poi cardinale; M. frequentò gli studi nel seminario di Rieti.
Il 19/09/1891 ricevette in cattedrale dal vescovo Carlo Bertuzzi la tonsura e gli ordini minori, il 24/09/1892 ricevette il suddiaconato e il titolo di oneri di Messa nel numero di 202 come patrimonio sacro della parrocchia di S. Nicola di Rieti con obbligo di restituzione, il diaconato gli fu assegnato il 18 marzo 1893 sempre in cattedrale. Il presbiterato gli fu conferito dal vescovo Bertuzzi il 16 luglio 1893 nella chiesa di S. Giovenale, e M. fece scrivere sulla sua immagginetta ricordo dell’ordinazione "Impendam et superimpedam pro salute animarum" (mi prodigo e mi superprodigo per la salvezza delle anime) egli era fissato che "la vita umana è una grande vanità; Dio le anime ecco quel che conta, bisogna sacrificare tutto, letteralmente tutto per arrivare a Dio e salvare le anime" sono sue parole.
Le sue prime esperienze pastorali furono nelle parrocchie di Ornaro e Greccio negli anni 1893-1895.
Nel 1895 fu richiesto dallo zio che era divenuto nello stesso anno vescovo di Montefiascone e fu suo collaboratore come segretario e amministratore. Il 19 Aprile 1900 scrisse una lettera a mons. Scalabrini vescovo di Piacenza fondatore dei Missionari di S. Carlo per gli emigranti italiani chiedendo un appuntamento. L’incontro avvenne a Roma nel maggio del 1900 nella chiesa di S. Carlo al Corso. Il 28/09/1900 lasciò senza preavviso lo zio vescovo e il giorno dopo si presentò a Piacenza per essere accolto tra i suoi missionari. Il 4 novembre 1900 entrò nella congregazione scalabriniana, ricevette il crocifisso e il giorno successivo partì per Genova da dove si imbarcò per il Brasile.
Arrivò il 12/12/1900 a Porto Alegre nel Rio Grande do Sul e iniziò il suo apostolato tra i coloni italiani e fu missionario fino la 1910. In quell’anno fu richiamato in Italia per partecipare al Capitolo Generale degli Scalabriniani e venne eletto all’unanimità procuratore ed economo generale, carica che ricoprì fino al 1924 e fu anche direttore del periodico "L’Emigrato Italiano" .
Nel luglio 1924 mentre stava lavorando nell’orto della casa generalizia, andò a trovarlo il card. De Lai, suo caro amico, segretario della Sacra Congregazione Concistoriale per comunicargli l’elevazione all’episcopato reatino. Padre Massimo, credeva che il cardinale volesse scherzare, ma quando si accorse della verità cadde in ginocchio si mise a piangere e supplicò "Per carità non si faccia uno sproposito simile! Sono un povero missionario un buono a nulla! Per me ci vuole la zappa non il Pastorale!".
Fu inutile anche il ricorso al Papa Pio XI che dopo averlo benevolmente ascoltato concluse: "Ebbene, andate a Rieti nella vostra Diocesi siate missionario e vescovo". Ricevette la nomina il 2 agosto 1924 e fece il suo ingresso nella diocesi e ricevette la consacrazione dal cardinale Raffaele Merry Del Val.
Sotto l’episcopato di monsignor Rinaldi, a Rieti città che muoveva i primi passi verso l’industrializzazione con l’apertura degli opifici della "Supertessile" si ebbe un cambiamento profondo di conduzione del capitolo dei canonici della cattedrale, del seminario, dei giovani preti nella preparazione all’apostolato dei monasteri e delle case religiose, della città e della diocesi in conformità alla linea pastorale del vescovo missionario aperto ai problemi sociali e civili oltre che religiosi della popolazione.
Fu un pastore, un maestro, un padre, un fulgido esempio di apostolato che seppe fare della sua vita un altare e della sua missione sacerdotale una cattedra. Seppe eregersi a difensore acerrimo dei diritti della chiesa misconosciuti o calpestati da prepotenze pubbliche e private.
Anche gli studenti laici furono oggetto delle sue premure, quando, per imprevisti difficoltà, fu chiuso il convitto municipale di Rieti pensò di fondare un convitto vescovile per i giovani della provincia e si adoperò anche per l’apertura di asili per bambini.
Percorse la diocesi varie volte più a piedi che con i mezzi di trasporto, con neve, gelo o sotto il cocente sole estivo; spesso arrivava nei paesi sfinito, affamato con i piedi gonfi stringendo in una mano la corona del rosario e nell’altra un bastone a cui si appoggiava. Da vescovo, come missionario, monsignor Rinaldi non nascose il suo amore per l’Italia.
Nella sua prima lettera pastorale scriveva "Il carattere di vescovo accrescerà nel mio cuore il vero amore di patria datomi da Dio….., alimentato soprattutto dall’esilio apostolico trascorso in Brasile per 10 anni tra i coloni italiani".
Fu precursore della conciliazione tra Santa Sede e l’Italia ed esultò nel febbraio del ’29 alla notizia della firma dei Patti Lateranensi. Per questo avvenimento scrisse vari articoli dove ne illustrò la portata storica e scrisse per ringraziandoli dal profondo del cuore al Papa e al Governo. Realizzò molte opere pastorali come la costruzione di non poche chiese e la ristrutturazione del Seminario, fondò la colonia agricola di S. Antonio e il suo mezzo più valido e più coraggioso di divulgazione della sua parola "L’UNITA’ SABINA"
M.R. fu fedele, in ogni circostanza della vita, al motto "azione e sacrificio", continuamente presente nei suoi scritti, egli agì molto, realizzò molto, ma ebbe anche fiere opposizioni che spesso erano frutto di furberie e di malanimo, ma nella certezza e con la serenità di agire per il bene, la sua tenacia lo portò spesso alla vittoria.
Non è sembrato opportuno indicare le molteplici opere murarie e di restauro realizzate da M. R. in Brasile, a Roma e soprattutto nella diocesi di Rieti, ma ci soffermeremo sui lavori riguardanti il complesso architettonico costituito dalla cattedrale basilica di Rieti e dal palazzo papale. Dagli scritti e documenti sia di natura privata che pubblica sia di carattere religioso che civile e artistico, si scopre che R. portò sempre impresso nella mente e nel cuore il vissuto della cultura reatina, inteso nel senso più ampio della parola. Egli volle tenacemente realizzare i lavori di ripristino e di restauro dell’intero complesso di Santa Maria, ma comprenderne l’importanza è indispensabile accennare alla situazione di estremo degrado, anzi di rovina, in cui tutto il fabbricato, esterno ed interno, era giunto; la commissione di ornato del comune di Rieti, incaricata di esaminare lo stato del pericolante arco di Bonifacio VIII, nella relazione del 18.6.1866, consigliava la demolizione del prezioso monumento che avrebbe permesso anche di ampliare la sottostante Via Cintia per comodità pubblica. La nuova commissione di ornato del comune di Rieti nel 1874, constatò il peggioramento della solidità dell’arco, il municipio, anche dietro la petizione del 27.5.1874, di 107 cittadini al sottoprefetto di Rieti, decise la demolizione dell’arco e fece preparare un progetto che prevedeva un allargamento per la costruzione di un piazzale. Tale progetto, che fortunatamente non venne mai eseguito, fu definito nel 1935 da Francesco Palmegiani, "scherzo di cattivo genere". Lo stesso Palmegiani descrive in quale situazione si trovava l’intero palazzo prima dell’ingresso in diocesi di mons. R.: "Prima del 1925, per accedere agli appartamenti vescovili (quando non si dovesse passare per la antiestetica cordonata esterna) bisognava, senza esagerazione fare uno studio speciale di topografia perché si trattava di dover ritrovare la porta di ingresso attraverso una serie di meandri e di bui corridoi. L’aspetto imponente esteriore del palazzo papale veniva frustato da una meschinità interna fatta di incongruenze architettoniche ed estetica. Un affastellamento di vani più o meno oscuri o più o meno irregolari, costituiva un ibrido connubio di magazzini di ogni genere, di passaggi, di ripostigli, ed una piccola bottega di scalpellini, con marmi e pietre accatastate alla peggio sulla pubblica via, completava l’insieme di questo quadro così poco pittoresco. Bastava aver un po’ di gusto estetico per sentirsi addolorati innanzi ad un contrasto così violento tanto più che, bastava entrare in un qualsiasi dei vani, per accorgersi che maestose volte a crociera, crudelmente ed inesorabilmente soffocate, attendevano, quasi con l’ansia del condannato, una mano liberatrice" La mano liberatrice fu quella di mons. M. R. Il vescovo, a cui stavano a cuore il decorre, l’arte e la funzionalità del palazzo papale, che minacciava un crollo irreparabile, anche a causa del terremoto di Avezzano del 13.1.1915, appena eletto vescovo di Rieti, il 2.8.1924, ma non ancora consacrato, privo del regio exequatur che ottenne soltanto il 5.4.1925, e senza, naturalmente, aver fatto ancora l’ingresso in diocesi, si propose il problema delle riparazioni urgenti del palazzo papale, come comunicava a Mussolini, in un promemoria del 28.6.1925, nel quale lamentava i ritardi delle sovvenzioni statali. Il R., uomo dinamico e sollecito nella risoluzione dei problemi, mentre presentava domande per ottenere sussidi, iniziava e portava a termine, a sue spese, i lavori più urgenti, prima del compimento di un messe dal suo ingresso in diocesi . Ad impedire nuovi e maggiori danni in episcopio, fece eseguire ingenti riparazioni specie ai tetti, incontrando una spesa, compresa quella del mobilio di 25.000 lire; la burocrazia del tempo finiva per complicare sempre più pratiche già complicate perché le risoluzioni ministeriali dovevano passare, per la materia ecclesiastica che stiamo trattando, in modo gerarchico. Le difficoltà sia di ordine economico che burocratico non scoraggiarono il R. che commissionò all’Ingegnere del Genio Civile di Rieti, Tullio Mercatanti, una perizia con il preventivo dei lavori relativi alla copertura del salone e ai tetti dell’intero palazzo: il costo complessivo dei restauri fu stabilito in lire 167.000. Il vescovo volle informare il capo del governo Benito Mussolini, delle pratiche in corso, della necessità di salvare un monumento nazionale, dell’ammontare della spesa e dell’avvenuto smantellamento di una parte del tetto del salone, con un promemoria, datato 28.7.1925, nel quale descriveva brevemente lo storico salone, la sua funzione, il suo degrado e il pericolo che costituiva per la cattedrale, ad esso unita. Il R., come abbiamo già detto, aveva eseguito nel palazzo i più necessari interventi, a proprie spese, ma il progetto globale, ancora più urgente, trovava difficoltà ad essere preso in seria considerazione; intanto il complesso della cattedrale e del palazzo papale cominciava a crollare. Il giorno 10.8.1925, il vescovo fu costretto ad informare il sottoprefetto di Rieti, il sindaco e il subeconomo, del crollo di una parte del tetto del salone. Finalmente, per premura diretta di B. Mussolini, furono stanziati i primi consistenti contributi per un totale complessivo di lire 130.000 (£. 100.000 da parte del ministero della Pubblica Istruzione e £. 30.000 da parte del fondo per il Culto), e si dette l’avvio ai lavori: in pochi mesi il salone papale riacquistò la sua originaria bellezza e solidità.
Il R. nel suo spirito di intraprendenza, non pensava soltanto al restauro e al ripristino degli edifici sacri, per il loro valore artistico, storico e di tradizioni religiose, e alla stabilità e funzionamento delle strutture della curia, ma anche alla ristrutturazione di locali per una destinazione altamente umanitaria. Egli, che avvertiva il trapasso da una società agricola ad una preindustriale, in cui il sacerdote si sarebbe trovato sempre più solo, per andare incontro ai sacerdoti poveri della diocesi e a quelli esterni di passaggio, realizzò nel palazzo papale, contemporaneamente ai lavori di restauro del salone papale, un pensionato per il clero, completando così quello che potremmo definire il primo blocco dei lavori dell’ampio programma voluto dal R. Il pensionato era pronto già il 1°.8.1926. Mons. R., per la cura del pensionato per i sacerdoti, scelse religiose di sua fiducia, a Roma, dove aveva vissuto gli oltre quattordici anni precedenti il suo episcopato reatino, e non a Rieti. Il primo istituto religioso al quale venne affidato il pensionato fu quello delle suore Benedettine di Carità, la cui fondatrice, la beata Colomba Janina Gabriel, di origine polacca, era in amicizia con il servo di Dio. E’ utile qui ricordare come l’ospitalità di M. R. esulasse dal solo uso del pensionato, infatti egli utilizzava l’episcopio per ospitare i suoi più stretti collaboratori, tra i quali il vicario generale e il cancelliere vescovile, i giovani sacerdoti bisognevoli di completare la loro formazione, i sacerdoti che, prima di assumere responsabilità pastorali nella diocesi, dovevano sostenere un periodo di tirocinio. Tutti erano ospitati, compresi alcuni giovani laici, nelle camere dell’ultimo piano dell’episcopio, sopra l’appartamento del vescovo che condivideva con loro, a sue spese, la mensa, distinta da quella del pensionato, la preghiera, i programmi di apostolato.
Mons. R. trovò l’ambiente reatino preparato ad accogliere, in modo operativo, il suo ampio progetto di riportare il complesso architettonico della cattedrale, con il palazzo papale, all’originaria solidità e dignità. I responsabili della cosa pubblica reatina, soprattutto nella persona del potestà, Alberto Mario Marcucci, sollecitati dal rifiorire di studi e di interessi storici ed artistici, specie per opera di Angelo Sacchetti Sassetti e di Francesco Palmegiani, succedutisi nell’ufficio di regio ispettore onorario dei Monumenti e Scavi del mandamento di Rieti, trovarono incoraggiamento, appoggio e piena partecipazione, da parte del R. che, mentre mandava avanti i lavori più urgenti, seguì costantemente le pratiche, nell’ampio progetto di riportare al loro carattere originario il Vestibolo dell’Episcopio e la facciata superiore del Duomo. E’ difficile a noi, oggi, abituati ad ammirare il complesso restaurato, immaginare l’uso indebito a cui l’imponente portico, con l’avamportico, sottostanti rispettivamente al salone papale e all’attigua loggia, erano stati adibiti, come è difficile descrivere gli interventi di ripristino. La situazione di degrado è fotografata in modo plastico e realistico nella relazione di perizia dell’ingegnere comunale Armando Blasi, del 25.9.1925, da cui si rileva, tra l’altro, che al piano terreno esisteva una bottega affittata a marmisti, i locali che corrispondono al grande salone superiore erano utilizzati come magazzini, esisteva inoltre, una casetta, affittata, addossata ai locali esistenti sotto l’abitazione del Vescovo. La giunta municipale si sentì in obbligo, sotto le spinte sia della popolazione che della comunità artistica e religiosa reatina, di deliberare dare mandato per la redazione di un progetto di restauro e recupero del complesso. L’ardito progetto dell’ingegnere comunale Armando Blasi, datato 1926, prevedeva ingenti lavori mettendo, comunque, in atto i desideri del R., il quale aveva pensato non al restauro di una sola parte del complesso, ma della totalità, come si può dedurre da tutte le sue iniziativa condotte personalmente. Il R., nel suo senso profondo di giustizia, voleva che fossero chiari i rapporti con il comune, si rendeva pertanto necessario un contratto scritto; occorsero vari tentativi per giungere alla stesura definitiva della convenzione, tra la mensa vescovile e il comune di Rieti, relativa ai lavori di restauro, perché il R. non voleva creare difficoltà ai suoi successori ma intendeva consegnare loro una diocesi bene organizzata dal punto di vista giuridico, oltre che pastorale e di strutture. La convenzione, ratificata con atto del notaio Virgilio Tommasi, del 30.4.1927, di durata venticinquennale, a decorrere dal 1°.1.1928, rinnovabile e con la possibilità di rescissione, prevedeva l’esecuzione dei lavori a spese del comune e il consenso della mensa affinché "l’area ed il porticato intero sottostanti alla soggetta ed al salone dell’Episcopio siano assoggettati alla servitù di passaggio e di transito a pedone", inoltre stabiliva i reciproci diritti e doveri. Il portico e l’avamportico del palazzo erano già stati riportati alla luce, quando si dovettero interrompere i lavori, sia perché le difficoltà economiche resero necessaria la richiesta di un contributo allo Stato sia perché occorreva trovare una soluzione adeguata, per la cordonata che conduceva, dalla piazza, attraverso la loggia, al salone papale, al fine di lasciare scoperti i due grandi archi frontali dell’avamportico, sottostanti alla loggia. Dopo varie ipotesi, per la costruzione di una scala esterna, si decise di demolire la cordonata esistente e restaurare la loggia, senza alcuna scala; la scala di accesso al salone fu costruita all’interno del cortile del palazzo, dopo il ritrovamento di alcuni tronconi di gradini in una parete del cortile, nel quale si dovettero operare adeguati adattamenti. I lavori del portico e dell’avamportico, già in parte eseguiti nel 1928, non erano stati portati a compimento anche perché il comune, dietro suggerimento del regio ispettore ai monumenti e scavi adducendo motivi artistici ed economici, non intendeva chiudere con cancelli l’avamportico, con il pretesto che, per le necessarie modifiche al progetto iniziale, erano già state fatte deroghe alla convenzione. Il R. di fronte ad un cambiamento così sostanziale voleva il rispetto della convenzione; egli, mentre cercava di far osservare i patti, fece sbarrare con tre steccati di legno i tre archi dell’avamportico, per non correre il rischio di perdere il diritto di proprietà. L’opposizione del vescovo non derivava da caparbietà ma da convinzioni profonde, corroborate da un’acuta capacità interpretativa del diritto e dalla preoccupazione che una parte del portico sarebbe stata esposta alla mercé di vagabondi e malintenzionati, nelle ore notturne. La stesura e la realizzazione dei cancelli furono oggetto di un’accesa disputa che ebbe la sua risonanza anche sulla stampa, tale controversia interessò i maggiori organi sia statali che religiosi. Finalmente la lettera del 13.12.1933 del ministero dell’Educazione Nazionale, trasmessa, per ordine del ministero dell’Interno, al podestà di Rieti, attraverso il prefetto, pose termine alle tergiversazioni: "….la cancellata dovrà essere collocata al limite dei fornici dell’avamportico…questo Ministero non ritiene di opporsi alla soluzione della questione nel senso proposto da quella Curia e prega, pertanto, di voler disporre che il Comune interessato provveda alla messa in opera dei cancelli in accordo colla Soprintendenza ai Monumenti per il Lazio" Il prefetto seguì l’iter fino al compimento: Il potestà, sebbene a malincuore e preoccupato della forte spesa, dovette piegarsi, non senza obiezioni, agli ordini del governo. La solenne inaugurazione del monumento, restaurato per la tenace volontà del vescovo R. e per l’impegno economico del Comune di Rieti, fu fissata per il 28.10.1934. I lavori furono collaudati nel 1935, come si deduce dalla "Relazione d’accompagnamento allo stato finale" datata 27.7.1935, dell’Ing. Armando Blasi. La condotta tenuta in questa ed in altre circostanze dal vescovo R. fa rilevare come egli, mentre faceva valere i diritti della mensa vescovile, si preoccupava di restare in dialogo con le autorità municipali e di spronarle a collaborare alle varie attività del suo ministero pastorale, offrendo sempre la propria disponibilità per la buona riuscita delle iniziative sociali e civili dell’intera città.
I lavori voluti e realizzati da M. R. nel palazzo papale e nella cattedrale di Rieti sono tanti e così importanti da spingerci a considerarlo un rifondatore delle strutture portanti della Chiesa reatina, insieme ai vescovi del basso medioevo. La Chiesa reatina del R. era un Chiesa in espansione e quindi necessitava sempre più di locali funzionali, che il vescovo realizzò con il terzo blocco di lavori di restauro del palazzo papale. Non erano ancora stati portati a termine completamente i lavori finanziati dal comune, di cui abbiamo già parlato, quando il R. dovette impegnarsi di persona su un’altra zona del palazzo papale, quella costituente la parte contigua al salone e al porticato, che comprendeva la sala degli stemmi e il sottostante ambiente (dove oggi si vedono, ricavate dopo i lavori, la sala "S. Nicola" a pianterreno e la soprastante grande sala degli archivi), fino ai fatiscenti locali del vecchio carcere e dell’attigua casetta, posti accanto all’arco di Bonifacio VIII. La situazione statica di questa sezione del palazzo non si trovava in condizioni migliori dell’arco di Bonifacio VIII, quando il comune voleva demolirlo, né delle volte, prima dei lavori di ripristino. Il vescovo, fu costretto ad intervenire con tempestività per ovviare a pericoli di crollo. Il R. trovò un fedele e competente collaboratore nell’Ing. Zaccaria Neuroni, dei Discepoli di Gesù, a cui affidò l’incarico di redigere un’accurata perizia, con il relativo progetto, presentata in data 15.6.1933.Il punto centrale dei lavori fu il pavimento della sala degli stemmi che, crollando, avrebbe compromesso tutta la struttura. Il Neuroni riprese i lavori dalle basi; inserì, nei muri fatiscenti, grossi pilastri, legati da robuste travature, che dal pianterreno, elevò fino al pavimento della salta degli stemmi, per consolidarlo. Il vescovo, per poter eseguire i lavori, dovette insistere più volte presso il comune, ricordandogli i suoi impegni sia per lo sgombero del vecchio carcere dalle immondizie sia per la demolizione del medesimo e della casupola, entrambi situati accanto all’arco di Bonifacio VIII e in condizioni igieniche deplorevoli, perché la demolizione incontrava la resistenza degli inquilini che non volevano lasciare liberi quei locali. Il R. inoltrò, al ministero dell’interno, la domanda di un contributo per i lavori, il15.6.1933, nella stessa data della perizia dell’Ing. Neuroni, ma dovette attendere il collaudo dei medesimi lavori. Il vescovo, in data 1°.71934, poteva scrivere al ministero dell’Interno di aver compiuti tutti i lavori, ma solo nel 1935 ricevette dallo stesso ministero un contributo alquanto esiguo (solo £. 2500 in conto di una spesa sostenuta di £. 60.000), mentre il R. contrasse un debito da restituire a rate, con la cassa ecclesiastica diocesana, ed inoltre egli dovette chiedere aiuto anche all’Azione Cattolica . Il progetto originario di restauro, voluto dal R., comprendeva, insieme al palazzo papale, la facciata superiore della cattedrale basilica, il cui legale rappresentante era il capitolo, nella persona dell’arcidiacono, ma le deliberazioni capitolari dovevano essere, naturalmente sottoposte all’approvazione del vescovo. Anche la realizzazione di questa parte del progetto fu iniziata per opera del R., che sollecitò e seguì le pratiche, fin sul letto di morte, ed ottenne i primi contributi.
Nel 1935, furono decisi il restauro dell’atrio della cattedrale e l’elettrificazione delle campane. I lavori terminarono nel dicembre del 1938. Il Palmegiani riferisce che, nel 1936, quando ormai erano indilazionabili i lavori di restauro, perché i tetti della cattedrale e dell’attiguo battistero, già lesionati dal terremoto del 1898, erano divenuti pericolanti, il R. perorava caldamente la causa della cattedrale e raccomandava allo stesso Palmegiani, che, come si è detto, ricopriva la carica di regio ispettore onorario per i Monumenti e Scavi del Lazio, di aiutarlo a seguire le pratiche al fine di ottenere i necessari contributi governativi. La lapide, apposta nel lato sinistro della facciata della cattedrale, a conclusione dei lavori, risulta storicamente ambigua, perché non fa menzione della tenace opera svolta per anni da mons. R.. Mentre il R. seguiva personalmente la pratica per il restauro della cattedrale, nel novembre del 1940, una parte del tetto del battistero crollò, ma il capitolo, a cui spettava di far fronte alle spese, non poteva da solo. Mons. R., come non aveva ammesso indugi per il restauro urgente del salone papale, così si adoperò per salvare dal pericolo di una rovina irreparabile la cattedrale, rivolgendo pressanti richieste agli enti preposti.
Il ministero dell’Educazione Nazionale, dopo aver dato l’autorizzazione ad effettuare i lavori più urgenti con il contributo già erogato nel 1938, concedette un ulteriore stanziamento di cui fu data notizia nel maggio del 1941, mentre il R. si trovava morente a Roma. Mons. R. lavorò e fece progetti per tutta la vita: a Montefiascone, quando era con lo zio vescovo, operò per il miglioramento del palazzo vescovile; in Brasile, si adoperò per la costruzione di case e chiese; a Roma, fece erigere la casa generalizia degli Scalabriniani; nella diocesi di Rieti, fece sorgere case e chiese parrocchiali e restaurò l’abbazia di S. Salvator Maggiore. Per quanto riguarda le opere realizzate nella città do Rieti oltre ai restauri del palazzo papale e della cattedrale, già descritti, si può far riferimento ad una lettera del 1939, diretta al dott. Ugo Ciancarelli, dello stesso R. in cui, tra l’altro, enumera i miglioramenti portati alla città: il monumento bronzeo di S. Francesco, collocato nel 1927 in piazza M. Vittori, a conclusione delle celebrazioni del VII centenario della morte di S. Francesco d’Assisi, il nuovo braccio del Seminario, lo stesso Episcopio, il Convitto Vescovile, il Ricovero S. Antonio e la Bonifica del relativo fondo.
Tra il 1925 e il 1935 fece eseguire dei lavori di ripristino del palazzo papale, sede dell’episcopio, rinnovò i tetti e le capriate del grande salone e con la collaborazione del comune e del governo portò all’attuale sistemazione le volte sottostanti, a pianterreno eliminando i muri divisori e mattonando il pavimento dell’elegante e vasto porticato che fu chiuso con cancelli di ferro.
Per l’accesso al salone papale fu demolita la cordonata esterna e fu costruita una scala nel cortile sulle tracce di una preesistente. A conclusione dell’VIII centenario della morte di S. Francesco d’Assisi, nel 1927, collocò a piazza Mariano Vittori a fianco del portico della cattedrale un monumento bronzeo al santo.
Con la costituzione apostolica "In altis Sabinae Montibus" del papa Pio XI del 3 giugno 1925, annetteva alla diocesi di Rieti l’abbazia di S. Salvatore ed alcune parrocchie del suo territorio, così al vescovo di Rieti fu attribuito il titolo di Abbate perpetuo di S. Salvatore Maggiore e per questa abbazia il R. si adoperò al restauro, ma questo gli procurò non poche sofferenze.
Negli anni 1936-1937 con il finanziamento dell’allora Ministero dell’Educazione Nazionale restaurò alcuni preziosi codici e incunaboli dell’archivio capitolare di Rieti.
M.R. morì casualmente a Roma, sabato 31.5.1941, nella casa generalizia dei Missionari Scalabriniani, dopo un mese di sofferenze. Le esequie ebbero luogo il successivo 4 giugno nella cattedrale di Rieti, dove la salme ricevette la venerazione e l’omaggio di tutta la popolazione che già lo acclamava come santo. Prima dei funerali erano stati affissi a Rieti tre manifesti della comunità civile e religiosa (da parte del Comune, del Capitolo, della Consulta Diocesana di Azione Cattolica), emblematici dell’attività pastorale di M. R.. Alla notizia della morte numerose lettere e telegrammi di condoglianze giunsero alla Chiesa reatina, da parte di autorità civili e religiose, da semplici sacerdoti, religiosi e laici. Il vescovo di Terni, mons. Felice Bonomini, scrisse che il tributo del popolo "fu più simile ad un trionfo che a un funerale". M. R. fu sepolto, come lui desiderava, nella tomba di famiglia accanto allo zio Mons. Domenico Rinaldi, nel cimitero di Rieti.
Il testamento patrimoniale di Monsignor Rinaldi è rimasto tuttora inedito; invece è stato più volte pubblicato quello spirituale che è caratterizzato da un profondo senso di giustizia nei confronti di Dio e degli uomini.
Qui lo riportiamo interamente: " In nome di Dio. Amen. Col presente testamento olografo il Sottoscritto dopo aver domandato nuovamente perdono al Giudice Eterno e copia abbondante di suffragi a tutte le anime buone nomina sue erede universale Mons. Carlo Bragoni – Vicario Generale – o, in mancanza di Lui nomina erede universale il Rev. Don Bernardino Gianferri – Cancelliere Vescovile – ai quali è nota la sua volontà e ai quali promette la sua eterna riconoscenza. Il presente testamento annulla tutti i precedenti. Rieti I Settembre 1933. Massimo Rinaldi vescovo di Rieti.

Rieti 1.9.1933. Disposizioni da eseguire dal mio erede universale. Alla morte mia raccomando, anzi chieggo, che ove esistessero debiti fatti da me verso qualsiasi ente o persona si realizzi quanto più si potrà da tutto ciò che fosse di mia personale proprietà, non si spenda neppure un centesimo per il mio funerale, che in tal caso prego mi sia fatto con l’obolo spontaneo del Clero e del Popolo. Qualora al contrario si trovasse qualche piccolo residuo o in denaro o in oggetti, in mobili, in proprietà di qualsiasi genere, sia tutto passato alla Colonia Agricola S. Antonio e precisamente alla Superiora Generale di essa, con il dovere di pregare e di far pregare per l’anima mia. Il fratello mio Edoardo Rinaldi l’autorizzo di scegliere tra gli oggetti di mia proprietà, che dovessero sopravanzare dopo soddisfatti tutti i miei creditori, quell’oggetto o anche più oggetti non più di cinque in numero, che più gli gradissero a mio ricordo e pegno di imperituro affetto per lui e parenti. Tutti gli indumenti pontificali siano passati alla Cattedrale Basilica Reatina al cui Venerabile Capitolo domando a compenso suffragi. Gli arredi sacri comuni, e i miei personali indumenti, biancheria di casa compresa, si diano alla Superiora Generale delle Suore della Colonia S. Antonio. La libreria, se vi sarà, si dia al Seminario. Il Mobilio si lasci al mio Successore, e tutto ciò che il mio Successore rifiutasse si dia alla Colonia S. Antonio.

Alle Suore della Colonia raccomando di pregare e far pregare in perpetuo per me e per i miei parenti defunti e viventi alla morte mia e soprattutto per i miei genitori e per il mio beneficentissimo Zio Mons. Domenico Rinaldi di cui raccomando la custodia della Tomba da adornarsi con lumi e fiori modestamente, ma perennemente specie nel mese di Novembre. Desidero di essere seppellito nella tomba di famiglia apponendovi una semplice targa con la scritta: Visitatore, prega per l’anima benedetta di Mons. Massimo Rinaldi. Desidero si dia notizia della mia morte ai conoscenti, confratelli e agli emigrati italiani di Rio Grande del Sud, Brasile, a mezzo del mio istituto per ottenermi da tutti copiosi suffragi. Massimo Vescovo.

All’esecutore testamentario assicuro la gratitudine mia presso Dio per il bene fattomi e l’autorizzo di ritenere a pegno di essa il dono di quell’oggetto da scegliere a suo piacimento tra gli oggetti di mia proprietà. Massimo Vescovo.

Al domestico Aniceto una ventesima parte della mia proprietà personale che potesse rimanere dopo pagate tutte le mie passività.

Quanto ho procurato al ricovero delle vecchie e delle orfanelle fabbricati compresi, specie questi, desidero che tutto rimanga di proprietà del ricovero stesso, salvi sempre i diritti della Parrocchia di San Michele in Borgo e sempre dopo che fossero stati pagati i miei debiti se ne avessi ancora alla mia morte.

Rieti 31.8.1936. Massimo Rinaldi Vescovo"

I beni di Mons. Rinaldi consistevano nei fabbricati della Colonia di S. Antonio con il bestiame e il necessario "per l’attrezzatura agricola al completo (barroccio, carretta a quattro ruote, seminatrice, erpice, aratro, fieno e paglia, legna, vascone per l’irrigazione, e il recinto in filo di ferro di tutto il terreno ecc..)"; nei mobili e nelle suppellettili esistenti presso l’episcopio e il convitto vescovile; infine in una casa paterna, per un valore totale di lire 695.400, mentre il passivo, nel quale venivano annoverate lire 100.000 per le messe che il Rinaldi avrebbe dovuto applicare o far applicare durante il corso dell’anno 1941 quando fu colpito dalla morte, consisteva in lire 169.417,67 con un attivo, quindi, di lire 525.982,33. Il 31.5.1966, a venticinque anni dalla morte, la salma incorrotta del vescovo fu trasferita dal cimitero alla cattedrale e venne collocata nella cappella di San Rocco.
Massimo Rinaldi, già in vita, godette di venerazione e fama di santità presso tutti i ceti sociali e in tutti gli ambienti che aveva frequentato. Egli si era proposto un ideale di santità e ad esso si era orientato con impegno e coraggio, era comunemente considerato un vero amico di Dio. La solida e generale fama di santità, che lo ha accompagnato durante la sua vita, si è andata incrementando dopo la sua morte. S.E. mons. Giuseppe Molinari, vescovo dei Rieti, il 25.1.1991, aprì in cattedrale il processo diocesano per la causa di canonizzazione di mons. Rinaldi. S. E. mons. Delio Lucarelli, attuale vescovo di Rieti e successore del Molinari, il 17.10.1997 chiuse il processo diocesano, inviando gli atti alla Congregazione delle Cause dei Santi; il 20.11.1998 S.E. Arch. Josephus Saraiva Martins, Prefetto della citata Congregazione, emanò il decreto di validità del medesimo processo.

Alunno: Santoprete Luca 4° Ce

IL SERVO DI DIO MASSIMO RINALDI
NOTIZIE BIOGRAFICHE

Dalla nascita al sacerdozio

Massimo Rinaldi nacque a Rieti il 24 SETTEMBRE 1869, nella parrocchia di S.Giuseppe , in via Porta Conca, dai coniugi Giuseppe, fu Matteo, contadino analfabeta, di 36 anni, e da Barbara Marinelli di Antonio. Fu battezzato in cattedrale ,nello stesso giorno della nascita, dal sacerdote Luigi Capelletti, gli furono imposti i nomi di Massimo, Rinaldo, Antonio; il padrino fu lo zio paterno, il canonico don Domenico Rinaldi; i testimoni alla redazione dell’atto di nascita, scelti dal padre del neonato, furono Raffaele Cattarelli, di professione bracciante e Matteo Bugami, venditore di erbe fresche, entrambi reatini e analfabeti.
All’età di circa quattro anni , Massimo rimase orfano di madre.Lo zio, don Domenico Rinaldi, assistito dalla sorella Annunziata, prese con sé l’intera famiglia, composta, oltre che dal padre Giuseppe, dai quattro figli, in ordine di età, Alessandro, Anatolia, Massimo ed Edoardo. Massimo Rinaldi ricevette il sacramento della confermazione il 20 Agosto 1876 , nella parrocchia di S.Michele Arcangelo nel Borgo di Rieti, dal vescovo domenicano Egidio Mauri ,che, in data 14 Maggio 1894, fu creato cardinale con il titolo di S.Bartolomeo all’Isola .Massimo Rinaldi frequentò gli studi nel seminario di Rieti.
Dal vescovo Carlo Bertuzzi ricevette , in cattedrale, la tonsura e gli ordini minori, il 19 Settembre 1891, nella cappella di S.Giuseppe; il suddiaconato, il 24 Settembre 1892, nella cappella di S.Barbara , a titolo di oneri di Messe , in numero di 202, costituitogli come patrimonio sacro dalla parrocchia di S.Nicola di Rieti, con l’obbligo di restituzione non appena fosse stato provveduto in altro modo ;il diaconato, il 18 Marzo 1893, nella cappella di S.Giuseppe.
Il vescovo Bertuzzi gli conferì il presbiterato il 16 Luglio 1893, nella chiesa di S.Giovenale. Il Rinaldi fece scrivere sull’immaginetta ricordo dell’ordinazione: "Impendam et superimpendam pro salute animarum". Era persuaso che "la vita umana –sono sue parole- è una grande vanità: Dio, le anime, ecco quel che conta , bisogna sacrificare tutto, letteralmente tutto , per arrivare a Dio e salvare le anime"

-Don Massimo privilegia gli ultimi

Massimo Rinaldi fece le sue prime esperienze pastorali nelle parrocchie di Ornaro e di Greccio , negli anni 1893-1895 , poi venne richiesto dallo zio mons. Domenico , nominato vescovo della diocesi di Montefiascone nel Novembre 1895; dal 1897 al 1900 fu collaboratore dello zio , a Montefiascone, come segretari e amministratore; il 19 Aprile 1900 scrisse una lettera a mons. Scalabrini , il vescovo di Piacenza, fondatore dei missionari di S.Carlo per gli emigrati italiani , spiegando le ragioni per le quali aveva maturato l’idea di svolgere il suo ministero in mezzo ai più esposti nella fede e nei valori umani , che erano, in quel tempo, gli emigrati italiani; egli chiedeva un appuntamento. L’incontro con mons. Scalabrini ebbe luogo a Roma , nella chiesa di S.Carlo al Corso, nel Maggio 1900. Don Massimo, nella medesima lettera, rievocava in questi termini, il suo soggiorno a Montefiascone e gli esempi del vescovo Domenico, mentre prospettava la possibilità di superare le difficoltà del distacco: "Il povero zio , d’un cuore caritatevolissimo, ha dispensato sempre il suo ai poveri ed è vissuto e vive tuttora col debito…In quattro anni i suoi debiti sono diminuiti avendo anch’io per quanto ho potuto , concorso alla di lui salute economica; né ho mancato di elargire elemosine ai poveri e restaurare il palazzo".
Massimo Rinaldi, il 28 Settembre 1900, lasciò senza preavviso lo zio e, il giorno seguente, si presentò a Piacenza a mons.Scalabrini per essere accolto tra i suoi missionari. Il 4 Novembre 1900, entrò nella congregazione scalabriniana , ricevette il Crocifisso e, il giorno successivo, partì per Genova da dove si imbarcò per il Brasile. Il 12 Dicembre 1900, giunse a Porto Alegre, nel Rio Grande doSul e iniziò il suo apostolato tra i coloni italiani.
Fino al 1910 fu missionario a Encantado, Nova Bassano, Antagorda, Itapuca, Burro Feio fino alle sorgenti dello Jacarè.
Nel 1904 fu richiamato in Italia per partecipare al Capitolo generale degli Scalabriniani, indetto per il mese di Settembre; venne eletto , all’unanimità di voti, procuratore ed economo generale, carica che ricoprì fino al 1924. Fu direttore del periodico "L’Emigrato Italiano".

-"Andate a Rieti: nella vostra Diocesi siate missionario e Vescovo"
Alla fine di Luglio del 1924 , mentre padre Rinaldi stava lavorando nell’orto della nuova casa generalizia, in via Calandrelli, che egli aveva fatto costruire, il cardinale De Lai, segretario della Sagra Congregazione Concistoriale, andò a trovarlo per comunicargli l’elevazione all’episcopato reatino. Padre Massimo credeva che il cardinale, conosciuto da anni, volesse scherzare, ma quando si accorse della verità, cadde in ginocchio, si mise a piangere e supplicare: "Per carità non si faccia uno sproposito simile! Sono un povero missionario, un buono a nulla! Per me ci vuole la zappa, non il Pastorale!". Fu inutile anche il ricorso al papa. Pio XI lo ascoltò benevolmente e poi concluse: "Ebbene, andate a Rieti: nella vostra diocesi siate missionario e vescovo". Padre Massimo ricevette la nomina a vescovo di Rieti il 2 Agosto 1924. Il 19 Marzo 1925 fece il suo ingresso nella diocesi di Rieti e ricevette la consacrazione episcopale, in cattedrale per le mani del cardinale Raffaele Merry Del Val. succedeva a mons. Francesco Sidoli che , a Piacenza, in giovane età, era stato discepolo prediletto e segretario di mons. Scalabrini; padre Massimo Rinaldi, il 25 Luglio 1916, aveva assistito, a Roma, come Scalabriniano, alla consacrazione episcopale del Sidoli. Sotto l’episcopato di Massimo Rinaldi, a Rieti, città che muoveva i primi passi verso l’industrializzazione con l’apertura degli opifici della "Supertessile", si ebbe un cambiamento profondo di conduzione del Capitolo dei canonici della cattedrale,del seminario, dei giovani preti alla preparazione all’apostolato, dei monasteri e delle case religiose, della città e della diocesi, in conformità alla linea pastorale del vescovo missionario, aperto ai problemi sociali e civili , oltre che religiosi, della popolazione.
Massimo Rinaldi fu un pastore, un, maestro, un padre, fulgido esempio di apostolato, che seppe fare della sua vita un altare e della sua missione sacerdotale una cattedra. Seppe erigersi a difensore acerrimo dei diritti della chiesa, misconosciuti o calpestati da prepotenze pubbliche e private.
Anche gli studenti laici furono oggetto delle sue premure. Quando, per impreviste difficoltà, fu chiuso il convitto municipale di Rieti, pensò di fondare un convitto vescovile per i giovani della provincia. Si adoperò anche per l’apertura di asili per i bambini.
Percorse la diocesi varie volte , più a piedi che con i mezzi di trasporto ,con neve , gelo, o sotto il cocente sole estivo. Spesso arrivava nei paesi sfinito, affamato, con i piedi gonfi , stringendo in una mano la corona del rosario e nell’altra un bastone a cui si appoggiava.
Da vescovo, come da missionario, monsingnor Rinaldi non nascose mai il suo amore per l’Italia. Nella sua prima lettera pastorale , scriveva: "Il carattere di vescovo accrescerà nel mio cuore il vero amore di patria, datomi da Dio …., alimentato soprattutto dall’esilio apostolico trascorso in Brasile per dieci anni tra i coloni italiani". Degno figlio di mons. Scalabrini antesignato della Conciliazione tra la Santa sede e l’Italia, esultò, nel Febbraio 1929, alla notizia della firma dei Patti Lateranensi. Ne illustrò, con diversi articoli, la portata storica e scrisse al papa e al capo del governo, ringraziandoli dal profondo del cuore. Realizzo molte opere pastorali tra cui la costruzione di non poche chiese diocesane, la ristrutturazione del seminario, la fondazione della colonia agricola S.Antonio e della rivista diocesana "L’unità Sabina", il mezzo più valido e più coraggioso della sua parola e del suo apostolato.Massimo Rinaldi tra il 1925 ed il 1935 fece eseguire i lavori di ripristino del palazzo papale, sede dell’episcopio, rinnovo i tetti di tutto l’edificio e le capriate del grande salone e, con la collaborazione del comune di Rieti e del governo, portò all’attuale sistemazione le volte sottostanti, a pianterreno, eliminò i muri divisori e mattonando il pavimento dell’elegante e vasto porticato che fu chiuso con cancelli di ferro. Per l’accesso al salone papale, fu demolita la cordonata esterna e costruita la scala del cortile, sulle tracce di una preesistente. Nel 1927, a conclusione delle celebrazioni del VII centenario della morte di S.Francesco d’Assisi, colloco in piazza Mariano Vittori, a fianco del portico della cattedrale, un monumento bronzeo al santo.
Il papa Pio XI con la costituzione apostolica In altis Sabinae montibus, del 3 Giugno 1925, annetteva alla diocesi di Rieti l’abbazia di S. Salvator Maggiore ed alcune parrocchie del suo territorio, con il dismembramento dalla diocesi di Poggio Mirteto, e attribuiva al vescovo di Rieti il titolo di Abate perpetuo di S.Salvator Maggiore. Il Rinaldi, durante tutto il suo episcopato, si adoperò al restsuro dell’insigne abbazia che gli procurò non poche sofferenze. Negli anni 1936-1937 il Rinaldi provvide al restauro di alcuni preziosi codici e incunaboli dell’archivio capitolare di Rieti, con il finanziamento dell’allora Ministero dell’Educazione Nazionale.
-Morte e fama di santità
Massimo Rinaldi morì a Roma casualmente, il sabato 31 Maggio 1941, nella casa generalizia dei Missionari Scalabriniani, dopo un mese di sofferenze, assistito dai confratelli e da sua eminenza il cardinale Carlo Rossi, superiore generale degli Scalabriniani.
Le esequie ebbero luogo il mercoledì 4 Giugno nella cattedrale basilica di Rieti, dove la salma era stata trasportata da Roma il 2 Giugno ed aveva ricevuto la venerazione e l’omaggio di tutta la popolazione che lo acclamava come santo. Il vescovo di terni, mons. Felice Bonomini, scrisse che il tributo del popolo "fu più simile ad un trionfo che a un funerale". Massimo Rinaldi fu sepolto, come aveva desiderato, nella tomba di famiglia, nel cimitero di Rieti, accanto allo zio mons. Domenico Rinaldi.
Il vescovo di Rieti mons. Nicola Cavana e il capitolo della cattedrale , spinti dalla crescente pietà popolare verso Massimo Rinaldi e dalle sollecitazioni continue per l’apertura del processo di beatificazione, decisero, nella riunione del 11 Febbraio 1966, il trasferimento del resti mortali del Rinaldi nella cattedrale basilica di S. Maria. Il 31 Maggio 1966, a 25 anni dalla morte, la salma incorrotta del vescovo Massimo Rinaldi, accompagnata da un corteo di popolo in festa, fece l’ingresso trionfale nella cattedrale e venne collocata nella cappella di S. Rocco.
Massimo Rinaldi, già in vita, godette di venerazione e fama di santità presso tutti i ceti sociali e in tutti gli ambienti che aveva frequentato. Egli si era proposto, fin dalla giovinezza, un ideale grande di santità e ad esso si era orientato con impegno e coraggio; era comunemente considerato un vero amico di Dio. È un dato incontestabile che la solida e generale fama di santità, che lo ha accompagnato durante la sua vita, si è manifestata in modo assai evidente alla morte ed è andata crescendo di continuo dopo la morte.

I pellegrinaggi

I pellegrinaggi a cui partecipò di persona furono 2 a Roma, 2 ad Assisi, ogni anno nei vari santuari francescani, di cui fece migliorare la viabilità, a Perugia per la visita alla beata Colomba, uno a Cascia. Presenzio anche molti pellegrinaggi diocesani da un santuario all’altro della vasta diocesi : Borgo S. Pietro per S. Filippa Mareri di cui curò la ricostruzione della chiesa e del monastero, Castel Mareri per la stessa santa, Città Reale per la Madonna di Capodacqua, Montereale per il B. Andrea, Leanessa per S. Giuseppe, Monteleone per S. Vittoria, Mascioni etc.
È questa un’interminabile catena di opere non ancora completa. Qualcuno potrebbe pensare che su all’episcopio avesse formato una specie di ministero con scrivani, dattilografi, contabili. Ma niente di tutto questo . Lui pensava, lui scriveva, lui faceva: lavorava di giorno, lavorava di notte. Era un lavoratore ad oltranza D. Massimo .Dormiva pochissimo e per dormire poco gettava le sue membra disfatte sopra due sedie o una cassapanca durissima. Ci sono testimonianze a josa della diocesi, che ci raccontano che al mattino il letto era trovato sempre in tatto. Ascoltava poco e non sopportava i pettegolezzi. Per quanto dai benevoli alla rovescia, che sempre s’incontrano in questo basso mondo, fossi definito qualche cosa di più di un consigliere aulico debbo prima di tutto testimoniare la sua indipendenza di giudizio in tutte le cose: ma debbo dire cosa più incredibile ancora: che io non sono riuscito mai ad impiantare con lui un lungo ragionamento perché di ogni problema, questione o fatto , lui, già aveva pronta la soluzione ed il rimedio.

Missioni

Le missioni che si tennero in città furono sei: due tenute meravigliosamente e con gran frutto dai Paolini. Alla messa di mezzanotte , spiegata dal prof. Zuppi, si contarono 2000 comunioni di soli uomini. Due dai serviti, una dai gesuiti ed una dai francescani senza contare quelle tenute in diversi paesi, a cui, specie negli ultimi giorni , partecipava sempre di persona per incoraggiare e confessare.

Le opere e i giorni

Dal 19 Marzo 1925 al 30 maggio 1941 mons. Rinaldi visse in un continuo battagliare in lavoro. Non si dava requie. Non c’è casolare della vasta diocesi sperduto sui monti, chiesetta, romitorio che egli non abbia raggiunto, servendosi dell’autobus, di automobili private, di cavalcature, di cavallo di S. Francesco. Ogni mezzo era buono, purché andasse. Arrivava nel luogo stabilito e senza cerimonie e senza pompe, si mescolava col popolo, si interessava dei loro affari, prendeva gli appunti dei loro bisogni, rilavava la deficienza dei servizi, della viabilità, delle comunicazioni, delle abitazioni, dei cimiteri per segnalarle o attraverso la stampa o in un altro luogo. Poi andava in chiesa a predicare, a conferire col parroco. Si interessava della canonica, dei beni del beneficio e dei paramenti sacri. I troppo cadenti voleva distrutti sotto i suoi occhi, i passabili faceva rammendare da qualche pia donna: e gli arredi sacri riportava con se per l’argentatura e la doratura richiesta. Poi marinando la mensa, specie se ricca, o si chiudeva in camera a scrivere o se ne passava in altro paese, solo, com’era venuto rimestando nella mente quanto era necessario per venire in contro a tanti bisogni sbocconcellando lungo la via il pane della carità, come un povero, che spinto dal bisogno, corra di paese in paese per elemosinare.

Azione Cattolica

Scrisse mons. Bragoni, allora suo delegato per ramo così importante: ""l movimento di A. C. della nostra diocesi con la scomparsa del compianto di Mons. Forti, aveva subito una stasi. Monsignor Rinaldi silenziosamente , ma tenacemente si adopero per riallacciare le file disperse, ridestare la fiamma sopita, dare novello e maggiore impulso a tutta l’organizzazione".

Il Seminario

Veramente il seminario doveva elencarsi per primo come era primo nelle preoccupazioni del Vescovo. Non è facile ricordare quanto S.ecc mons. Rinaldi abbia fatto per il suo Seminario. Era il Seminario che ai sui tempi risuonava ancora alla voce di S. emin. Il Card. D’annibale, che volle ricordare con un medaglione di bronzo ed una lapide: dove splendeva ancora la cattedra, da cui aveva insegnato Morale lo zio Don Domenico: il Seminario in cui era entrato Abatino e da cui era uscito Sacerdote, con un proposito più ampio di conquista e di apostolato, che dopo pochi anni doveva condurlo in America a seguito degli Emigrati Italiani. Rientrano in patria e nominato Vescovo di Rieti, rivolse subito tutte le sue cure a questo luogo sacro alla educazione dei futuri Sacerdoti. Si deve a Lui la nuova copertura del tetto dell’enorme fabbricato: la sistemazione dei cortili, adorni della grotta di Lourdes. A lui la costruzione dei negozi lungo la via Pescheria. Ricordo che, invitato dal comune, a demolire il cadente muro di cinta da sostituirsi con una cancellata in ferro battuto, Lui, assistito dalla commissione, che non lasciava mai di consultare risolse, malgrado l’enorme spesa, di costruirvi una fila di negozi, la cui rendita dovesse aiutare e pagare la retta, dovuta al Seminario, dei seminaristi poveri. Si dovettero a lui numerose gite annuali dei seminaristi per ricreazione dello spirito e del corpo: la benedizione e l’aiuto all’iniziativa di S. Ecc. Mons. Crescenzi, allora Rettore del Seminario, della raccolta di fondi , in una Giornata che si chiamò "La Giornata Del Seminario" , come l’incremento all’Opera delle vocazioni Ecclesiastiche e la Giornata della Madre. Così fu simpaticissimo il gesto della giornata di Ritiro del Clero cittadino e periferico ogni mese in quella Cappella da cui la maggior parte degli anziani erano usciti Sacerdoti.

L’episcopio

L’episcopio fu risanato da lui da capo a fondo. Lui ottenne i fondi per la nuova e sontuosa copertura dell’immenso tetto del salone: una riconquista per le belle arti. Sotto di lui furono restaurati il monumentale portico del palazzo Papale, rinforzata la perte che comunica con la curia, abbattuta la casetta del custode che deturpava tutto l’edificio: curata la parte igienica della dimora del Vescovo.

La cattedrale

Sotto di lui e per suo interessamento fu iniziato il restauro della Loggia delle benedizioni, curata la conservazione dei preziosi manoscritti, restaurati con gusto la cappella del Sacramento e della Madonna del Popolo.

La casa del Clero

Preoccupato dei sacerdoti costretti a venire in città per affari di Curia, dopo che ebbe data una nuova sistemazione agli uffici vescovili, sistemazione portata bellamente a termine dal suo successore S.E. Mons. Migliorini, a questo scopo destinò i vani rimasti vuoti. Il clero che voleva servirsi di questa comodità, aveva qui tetto e mensa, sotto le ali protettrici del Vescovo ed aveva anche modo di rifornirsi di quanto gli bisognava vuoi per vestiti vuoi per arredi e parati sacri.

I monasteri

Proprio ai suoi tempi furono aperte le porte di pressoché tutti i monasteri della città e diocesi. Cadute le sbarre medioevali passate dalla vita contemplativa alla vita attiva, toccò a Lui l’enorme peso di tracciare il nuovo programma alle volontarie recluse rimesse in relativa libertà. Disse: Prima di tutto istruitevi e per istruirsi le probande devono studiare, non in portata se nelle scuole pubbliche. Poi dovete attrezzarvi per il lavoro. Non questua, ma lavoro moderno, curato secondo il gusto e la nuova vita. In ultimo: Ieri pregavate: oggi dovete darvi all’apostolato sociale e religioso se volete salvare l’anima vostra.

Gli asili

Secondo lui ogni borgo doveva avere il suo asilo diretto da Suore, per cui ogni monastero doveva essere il semenzaio delle maestre di asilo e di lavoro. Scrive D. Silvio Verna: " Durante il suo episcopato sorsero decine di asili, alcuni della carità privata, da eminenti personalità e da enti Pubblici". Per meglio riuscire nel suo intento cercò la collaborazione di D. Minozzi, infaticabile apostolo dell’infanzia: lo mise in rapporto col clero dei paesi per ampliare, creare sempre nuovi asili. Disse un giorno: "Se ogni psese della Diocesi avesse il suo Asilo, potrei riposare tranquillo".

Le Confraternite

Si interesso molto di questo problema. Le confraternite esistevano, ma come ombre di passato e come comitato per le feste padronali, fatte più che di religione, di spari, di concerti e di panarde.

Le vide nella loro storia gloriosa. I democratici ci parlano di uguaglianza, fratellanza, libertà, come i rivoluzionari francesi. Con le confraternite, a cui a ciascuno poteva liberamente appartenere purché ne accettasse lo statuto di vita cristiana, la chiesa aveva realizzato una relativa uguaglianza. Vi potevano appartenere ricchi e poveri e tutti avevano diritto di voto. Appena entrati nella sala dell’adunanza tutti dovevano indossare il sacco , perché l’unico vestito facesse comparire le diverse condizioni sociali, di cui la chiesa non era certo colpevole. Di più i confratres, già fratelli nell’ambito della congregazione e della vita, si obbligavano alla mutua assistenza spirituale e materiale ed i ricchi per appartenervi pagavano cospicue quote, che in rivoletti d’oro raggiungevano il tugurio del povero e il tetto dell’ammalato.

Questa la storia, a cui bisognava risalire, se si volevano riconquistare o risolvere almeno in parte. Ad esse Mons. Rinaldi, col codice di diritto canonico in mano, chiuse un minimo di collaborazione : cioè una quota parte delle questue per spese di beneficenza.                                                         

 

                                                                                                                                  WB01343_.gif (599 byte)  WB01345_2.gif (616 byte)    HOME PAGE