PERSONAGGI ILLUSTRI DELLA CITTA' DI RIETI

A CURA DELL'ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE DI RIETI

"C. Rosatelli"

Angelo Maria Ricci
letterato
(1776-1850)


.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.

Uomo impareggiabile, modello del letterato Cristiano. Discende da un’antichissima famiglia toscana, nacque a Mopolino il 24/9/1776. I genitori furono Stefano Ricci (cultore felice delle muse latine) e Giuseppa Pica Patrizia Aquilana (distintasi per le scienze e per le lettere).
Da giovane venne mandato nel Collegio Nazzareno di Roma, diretto dai religiosi della scuola Piè.
P. Francesco capì subito le doti di Ricci così gli offrì straordinario affetto e cure per formargli la mente e il cuore. Angelo Maria accettò di essere guidato da P. Francesco, così iniziò a studiare molto seriamente e con particolare attenzione i classici Italiani, Latini e Greci.
Pochi anni dopo P. Carlo Gismondi lo ammaestrò nelle scienze matematiche, fisiche e naturali, che spesso usò come ispirazioni per le sue opere. Stefano Borgia, lo stimava moltissimo e così avviò Ricci verso il fiore della letteratura Romana. Angelo era molta affascinato dalla cultura religiosa e così Borgia gli offrì la possibilità di fare questo tipo di studi. Lui fu felicissimo della possibilità che gli era stata offerta e incominciò ad immergere anima e corpo negli studi, fino a quando nel 1802 pubblicò (a Roma) Cosmogonia Mosaica, con la quale attraverso la poesia cercava di difendere e far trionfare la verità. Questa opera fu molto amata.
Giocchino Murat, lo chiamò a Napoli per affidargli la cura dei sui figli e della sua biblioteca. Dopo poco fu nominato Professore di eloquenza regia dell’università di Napoli, e dividerà il suo tempo tra cattedra e corte.
Frutto delle fatiche di Angelo Maria Ricci furono due libri della Vulgare Eloquenza scritti a Napoli nel 1813 che furono anch’ essi molto amati.
Sistematasi la situazione in Europa, Ferdinando I confermò Ricci affidandogli la direzione degli spettacoli e dell’istruzione pubblica.
A questo punto della sua vita decise di tornare a Mopolino (il suo paese natale) dove sposò D. Isabella Alfani, da cui ebbe 4 figli, e sfruttò questo periodo per riposarsi. Più tardi si stabilì a Rieti, cominciò a scrivere poesie, nelle quali si sente il sapore greco latino e religioso, con dei richiami per l’affetto dei suoi cari. Angelo Maria era cattolico di mente e di cuore, e accettò più volte la coccarda del poeta, datagli per le sue poesie.
Nel 1819 scrisse l’Italide e nel 1824 il S.Benedetto. La prima allude alla fondazione del regno Lombardo-Veneto. Nel secondo scrisse delle nobili azioni di un Patriarca di monaci. Dal nord al sud il Ricci fu molto amato anche perché aumentavano sempre di più le opere dedicate alla nostra nazione.
Nel 1828 morì sua moglie Isabella e così il poeta cadde in depressione, questo evento gli ferì profondamente il cuore, e cominciò a scrivere Quelle Otto Elegie. Nonostante tutto lui continuò a comporre, anche per distrarsi. In questo periodo bruttissimo lui riuscì a scrivere delle opere molto profonde e belle, come: Versione di Ruth, Orologio di Flora, l’Acreonte di Thorwaldsen ecc…
Fu grandissimo e amatissimo il Ricci scrittore, ma non fu lo stesso per il Ricci cittadino.
Lui riuscì ad entrare nell’amministrazione reatina e la sua casa era sempre aperta al popolo.
Pio VI e Pio IX ammiravano moltissimo Angelo Maria Ricci e gli mostrarono sempre il loro affetto, facendogli capire che avrebbe sempre potuto contare su di loro per qualsiasi motivo o problema.
Lo Scrittore Morì il 1 Aprile 1850.
Gli furono celebrate solenni esequie con onoranze funebri nella Chiesa di S. Agostino dove fu tumulato, dopo essere imbalsamato col metodo di Tranchina per opera del chirurgo Sig. Morani.

Alunno:  Daniele Saburri -4 Ae

 Discende di nobile famiglia, nacque nel ricco castello di Mopolino di Capitignano (L’Aquila) il 24 settembre 1776 da Serafino Ricci e da Giuseppa Pica, entrambi patrizi aquilani. A Mopolino, insieme con i numerosi fratelli Rosa, Barbara, Lucrezia, Ferdinando, Benedetto, Celestino, Ranuccio e Giovanni, trascorse la sua fanciullezza, respirando aria di sanità morale e religiosa, ma fu presto mandato ad avviare i suoi studi superiori nel celebre collegio Nazareno di Roma, dove anche il padre aveva studiato. Qui, sotto la guida dei valenti maestri scolopi, soprattutto dei PP. Carlo Giuseppe Gismondi e Francesco Antonio Fasce, intraprese lo studio delle scienze sacre, naturali, matematiche e letterarie: era stata la sua vocazione da fanciullo. Una squisita bontà d’animo innata e cristianamente alimentata, una finezza di costumi e di maniere, una immaginazione fervida e una memoria prodigiosa, un’intelligenza pronta ed aperta ad ogni attrattiva del sapere, fecero di lui lo scolaro modello, la delizia dei compagni, il compiacimento e la speranza dei genitori e dei maestri. Di qui la genesi e il rigoglioso sviluppo della sua precoce personalità, nella quale rifulsero in chiara luce le nobili virtù avite e si cumularono i meriti delle sue acquisizioni culturali, morali, civili e religiose, che lo resero caro a Principi, Imperatori e Papi. Di qui anche le sue prime rivelazioni poetiche, particolarmente nella versificazione latina, quella che Angelo Maria portava, per così dire, nel sangue, essendo il padre stesso, Serafino, "un cultore felice delle Muse latine", e che poi raffinò a meraviglia sotto le cure del suo dotto maestro P. Antonio Fasce.
E furono proprio questi i primi cimenti con le Muse, sia latine che italiane (quale il volumetto di poesie, stampato a Napoli a soli sedici anni, con il titolo Omaggio poetico (1792), in lode del duca di Cantalupo, D. Domenico Di Gennaro), che gli aprirono giovanissimo, prima di terminare i suoi studi, la via all’Accademia dell’Arcadia, dove ebbe il nome di Filidemo License. All’Arcadia il Ricci portò il prestigio del suo nome, che già era entrato nella stima dei contemporanei, e dall’Arcadia attinse quegli stimoli poetici e quelle suggestioni descrittive, che si rivelarono subito non solo della bella Elegia latina, dedicata al suddetto duca Di Gennaro, ma soprattutto nel poemetto georgico, pur esso in latino, De Gemmis, composto per il matrimonio di Francesco IV di Borbone con Maria Clementina d’Austria. Eleganza di forma, facilità di metro e sapore di dottrina mineralogica, sostenuta da fervida fantasia e da colorite immagini nelle modulazioni di uno scelto ed elaborato linguaggio classico-latino, che fanno ripensare a certe intonazioni georgiche virgiliane, rendono questo poemetto un piccolo capolavoro di poesia e di scienza e recano i segni delle abilità costruttive del giovane poeta, appena ventenne (1796).
Così, come nel poema biblico didattico-scientifico, la Cosmologia mosaica, pubblicato sei anni dopo (1802) a Roma, in due volumi, di cui il primo, in prosa, reca il titolo Cosmologia mosaica, fisicamente sviluppata e poeticamente esposta in sei meditazioni filosofico-poetiche, e il secondo, in poesia, intitolato Il Filantropo dell’Appennino, di sei canti in versi sciolti, composto forse nella quiete meditativa della sua Mopolino. Che sia stato il dotto Card. Stefano Borgia ad ispirare il Ricci siffatta impresa può essere possibile dal momento che il giovane poeta godeva stima e reputazione presso di lui, frequentava il suo "circolo di cultura", caratterizzato soprattutto dalle ricerche filologiche e storiche nel campo degli studi biblici; anzi fu proprio il Card. Borgia, che, dopo gli incresciosi avvenimenti del 1799 che costrinsero Angelo Maria a lasciare il Nazareno e a rientrare in patria, lo richiamò a Roma per continuare i suoi studi prediletti.
Gli stimoli a questa colossale fatica venivano al Ricci dalla sua formazione spirituale e dalla consapevolezza di veder minacciata l’integrità della dottrina cattolica dalle correnti teorie materialistiche e sensistiche del tempo, che attaccavano soprattutto le veridicità della Bibbia; un impegno perciò apologetico quello del Ricci, nel quale egli concentra sotto forma di meditazione la materia contenuta nella Genesi, e, agganciando solidità di dottrina scientifica alle sue modulazioni spirituali, scioglie inni alla meraviglie della creazione divina del mondo, alla bellezza della Natura, opera delle mani di Dio, esprimendo così nell’incanto della sua fervida fede le sue salde convinzioni religiose contro l’imperante razionalismo del tempo.
Così, in questo calarsi del mondo del suo spirito e della sua fantasia creatrice, l’iter poetico del Ricci appare ormai delineato; quello che verrà dopo, e sarà moltissimo, recherà chiare le impronte del suo vivace ingegno e della sua maturata esperienza culturale e spirituale a contatto dei circoli dotti e delle numerose Accademie letterarie, italiane e straniere, alle quali fu chiamato a fare parte; tra queste, quella dell’Arcadia, già ricordata, della Crusca, della Real Accademia delle Belle Arti e della Pontaniana di Napoli, della Tiberina e Latina di Roma, di quella di Pietroburgo, di Parigi e di Londra. Qui stesso gli incontri e i rapporti, le simpatie reciproche e gli scambi culturali con i letterati, gli artisti e i poeti del tempo, quali il Monti, il Pindemonte, il Cesari, il Cicognara, il Tommaseo, il Canova ed altri ancora.
E qui va anche notato che copiosa e utilissima per molti aspetti fu la corrispondenza epistolare che il Ricci ebbe non solo con costoro, ma anche con persone private, con Principi e Cardinali; ma essa purtroppo attende ancora una mano pietosa che la raccolga o la tragga dalla muffa degli archivi e ne illustri la natura e il contenuto. Ne scaturiranno certamente le pieghe più segrete delle sue relazioni sociali e letterarie, gli spiriti della sua personalità umana e religiosa, e si ricomporrà più facilmente la linea della sua operosità poetica e delle vicende politiche e nazionali, che tanto influirono su di essa.
Così, quando nel 1799 da Roma tornò alla sua villa paterna, per trasferirsi dopo breve tempo a Napoli, culla, allora, della cultura partenopea e già sotto il dominio francese, la figura folgorante di Napoleone tutto lo prese e lo trascinò a riversarne il fascino e l’ammirazione di parecchi inni, tra i quali una Cantica in terza rima, in cui il sentimento celebrativo tocca spesso punte di malcelata adulazione.
Si notano così le prime incrinature e le prime ombre nella candida Musa del Nostro, che, pur conservando non poche delle osannate bardature ossianesche, corre ormai più da vicino dietro le tanto decantate orme del Monti, sulle quali rimarrà sostanzialmente nel suo restante cammino poetico. Non per niente il Monti fu uno dei più caldi ammiratori del Ricci.
Comunque, la poesia napoleonica non solo giovò ad allargare in Italia e all’estero la fama del Ricci, ma gli procurò anche favori ed onori da parte dei suoi protettori: dal Re Giuseppe Bonaparte, che lo nominò capo-divisione della Segreteria Reale (1806) e gli affidò la cattedra di eloquenza nell’università di Napoli, dal Re Gioacchino Murat, che lo chiamò a Corte e lo insignì di ampie onorificenze. Il prestigio con cui il Ricci ricoprì i molteplici e delicati incarichi non solo gli conservarono integro ed alto il nome tra i suoi cittadini, ma, nel torbido accavallarsi degli eventi politici di allora, richiamarono su di lui anche il compiacimento e la benevolenza dei reduci Borboni, che ai vecchi onori napoleonici altri ne aggiunsero di provata fiducia: indice, in questo, di probità di vita, che le vicende politiche possono spesso intaccare, ma mai distruggere. In questo sfondo etico-politico va collocata ed intesa la bella Ode all’imperatore d’Austria Francesco I (1816), il restauratore del Regno Lombardo-Veneto, ode giustamente giudicata la più felice delle sue composizioni liriche. D’ora in poi la sua musa cambierà tono: saranno la famiglia, l’amicizia, l’amore, la natura, l’arte, la virtù e la religione a toccare le sue corde; ci saranno anche grandi avvenimenti storici, che alimenteranno la sua nota epica, ma il Ricci della prima maniera par che abbia perdute le tracce.
Tutto questo avviene, quando Angelo Maria, nel mutato stato di cose e stanco anche degli assorbenti impegni politici e diplomatici, pensò di abbandonare Napoli (1818) per ritirarsi con la diletta moglie Isabella Alfani e con i figli nella quiete della sua Mopolino, che però lasciò presto, per trasferirsi definitivamente a Rieti, nel magnifico palazzo che porta attualmente il suo nome. Qui le sue forze esauste tornarono presto a rifiorire nella pace serena della famiglia e tra le delizie della sua poesia.
A Rieti, infatti, dove il Ricci porta nuovi spiriti e nuovi sentimenti, la sua esperienza letteraria si consolida e si irrobustisce. Insieme ad alcuni volgarizzamenti e prose, tra cui spicca il trattato Della vulgare Eloquenza (1819) in due libri, nei quale raccoglie, ordina e approfondisce le lezioni tenute a Napoli, la sua poesia acquisirà dimensioni sbalorditive, che vanno dal classico al rinascimentale, dall’arcadico al romantico, dal didattico al descrittivo, dall’elegiaco all’innologico, che sorprendono e destano meraviglia. Figurano in prima linea due ponderosi poemi epici: L’Italiade (1819) e il San Benedetto (1824).
Ed eccolo su questa via: ricco e florido è il flusso della sua produzione di varia natura e di diversa intonazione; che rispecchia le esigenze didattiche ed arcadiche del tempo; quali i poemi su La Georgica dei Fiori (1825), La Villa di Camandoli (1827), L’Orologio di Flora (1827), Le Conchiglie (1830) Le Perle silicee del Monte Amiata (1833); poi Idilli, vari, nuovi ed originali, ricchi di grazia e di sentimenti pastorali, teneri e delicati; e poi Elogie "il frutto del suo ingegno più delicato e più bello", nelle quali il Ricci versa la sua anima sincera ed affettuosa per l’intera umanità sofferente, i suo dolore per la perdita di carissimi amici, quali il Canova, il Monti ed il Pindemonte, e tutte le lacrime del suo cuore per la morte della sua tenerissima moglie Isabella, il cui monumento funebre, opera del celebre scultore Alberto Thorwaldsen, si conserva oggi nella chiesa di San Giovenale di Rieti, in attesa di una migliore sistemazione. L’elenco si allarga ancora ad Odi, Cantica, Epistole Pittoriche, ad Inni, a Carmi di occasione e a Poesie Sacre, specialmente quelle scritte in onore della Madonna (1822), che rimangono il documento più vivo e commosso della spiritualità cristiana e dei sentimenti religiosi del Ricci: né si sa se a mirare di più l’intimo sentimento del poeta o l slancio lirico del pensiero in un crescendo di modulazioni interiori. Tenerissima fu per tutta la vita la sua devozione per la vergine celeste: morì con il suo nome sulle labbra il 1 aprile 1850, alle ore 6 pomeridiane, mentre – racconta il Sacchetti – passava dinanzi al suo palazzo, portata in processione, l’immagine della Madonna del Popolo, da lui assai venerata.
Immenso è dunque il repertorio poetico del Ricci; infinita la varietà dei temi trattati, che dalle alte vette dell’epica lo riconducono alle pensosità elegiache, alle amenità idilliache e georgiche e alle liete intonazioni ditirambiche e occasionali.


PALAZZO RICCI A RIETI

Il palazzo Ricci, in piazza Oberdan, è, indubbiamente, il più bello e significativo monumento architettonico neoclassico a Rieti e tra i più notevoli del Lazio. L’edificio si articola in tre piani.All’esterno si rileva la contraddizione tra la dovizia delle armi e le tradizioni poco bellicose dei Ricci. Sullo scudo, ove spiccano le pezze araldiche dello stemma gentilizio, cioè la quercia diradicata, a due rami frondosi e dal tronco tagliato in alto e infine la stella di otto raggi posta in capo, vi sono i festoni che scendono perpendicolari o si inflettono, mettendo in mostra tralci di foglie, configurati in bulbi a tre o quattro lamine, ed associate a grandi e belle rose araldiche. Per completare la descrizione dell’esterno del palazzo è, infine, indispensabile ricordare che, nel 1901, un restauro giustamente definito "inconsulto" da A. Sacchetti Sassetti, sostituì, nei due basamenti messi a sostegno dei balconi, con le attuali fasce orizzontali, parallele e levigate, le bugne rustiche e scabrose che, assieme al trofeo dello stemma gentilizio, introducevano notazioni pittoriche vivaci, derivanti dalle modulazioni delle luci e delle ombre più accentuate, ovviamente, nel bugnato.
All’interno, in corrispondenza del primo pianerottolo della scala a cui si accede dal portale destro, è murata alla parete, una lunga lapide che reca, incisa in lingua latina, una iscrizione che ricorda come Serafino Ricci, padre del poeta, fece ricostruire, ampliare ed arricchire dall’architetto romano G. Stern, nel 1789, un anteriore edificio divenuto fatiscente per vetustà. Andando avanti, le volte della sala e delle salette, ad essa contigue, del primo piano, sono decorate con pitture allegoriche, allusive alle opere poetiche di A. M. Ricci. Esse sono dovute al giovane pittore bellunese accademico, Pietro Paoletti, allora ancora esordiente. Inoltre soprattutto nella sala, era esposta una ricca e pregevole collezione di pitture, prevalentemente seicentesche, ma anche del ‘400 o del ‘500, di notevoli cimeli artistici e storici e di bei mobili dal ‘600 all’800. Gioiello di questa collezione era però, il gesso originale della EBE di Antonio Canova che ne eseguì, in marmo, alcune statue, oggi conservate al museo Civico di Forlì e in musei e raccolte fuori d’Italia.
Purtroppo, dopo la morte del conte Riccio Maria Ricci, nipote del poeta, la raccolta d’arte è stata venduta all’asta e le opere sono andate disperse in musei e collezioni in Italia e all’estero. Solo la EBE in gesso fu acquistata dal Comune di Rieti per il museo Civico e, tra i dipinti, Gesù Benedicente e gli Apostoli, opere di G. Bianchi da monte San Giovanni Sabino, furono comprate dall’amministrazione civica del paese e figurano esposte, oggi, nella sala consiliare della casa comunale

ALUNNO:CRISTIANO PISTORELLO -4°Fs

Nacque da nobile famiglia, nel ricco castello di Mopolino di Capitignano (L'Aquila) il 24 settembre 1776 da Serafino Ricci e da Giuseppa Pica, entrambi patrizi aquilani. Trascorse la sua infanzia a Mopolino e poi fu mandato a studiare nel celebre colleggio Nazareno di Roma, dove anche il padre aveva studiato. Qui intraprese lo studio delle scienze sacre, naturali, matematiche e letterarie. Divenuto ben presto uno studente modello, fu caro a Principi, Imperatori e Papi. Cominciò a scrivere dei componimenti e a soli sedici anni scrisse il volumetto di poesie, stampato a Napoli, con il titolo "Omaggio Poetico" (1792), in lode del duca di Cantalupo D.Domenico Di Gennaro. Tutto questo gli permise di entrare, giovanissimo, prima di terminare gli studi, all'Accademia dell'Arcadia, dove ebbe il nome di Filidemo Liciense. Nel 1799, in seguito ad incresciosi avvenimenti, A.M. Ricci fu costretto a rientrare in patria; ma il card. Borgia lo richiamò a Roma per continuare i suoi studi prediletti. Ricci si trasferì però a Napoli, culla, allora, della cultura partenopea e già sotto il dominio francese, la figura folgorante di Napoleone lo prese e lo trascinò a riversarne il fascino e l'ammirazione in parecchi Inni, tra i quali una Cantica in terza rima (Vittorie di Napoleone il Grande, 1806). La poesia napoleonica, non solo giovò ad allargare in Italia e all'estero la fama del Ricci, ma gli procurò anche favori ed onori dai suoi protettori: fu nominato, nel 1806, capo-divisione della Segreteria Reale del re Giuseppe Bonaparte e gli fu affidata la cattedra di eloquenza nell'Università di Napoli; fu chiamato a Corte dal re Gioacchino Murat al quale dedicò il lungo poema "I Fasti del regno di Gioacchino Murat" (1813). Fu chiamato a far parte di molte accademie letterarie, italiane e straniere; tra queste, quella dell’Arcadia, Già ricordata, della Crusca, della Real Accademia delle Belle Arti e della Pontaniana di Napoli, della Tiberina e Latina di Roma, di quella di Pietroburgo, di Parigi e di Londra. Dopo aver scritto, nel 1816, la bella Ode all'Imperatore d'Austria Francesco I, giudicata la più felice delle sue composizioni liriche, il Ricci cambiò totalmente il tema delle sue opere: trattò infatti la famiglia, l'amicizia, l'amore, la natura, l'arte, la virtù e la religione. Tutto questo avvenne dopo che, nel 1818, abbandonò Napoli, per ritirarsi definitivamente a Rieti, nel magnifico palazzo che porta attualmente il suo nome. A Rieti la sua esperienza letteraria si consolida e si irrobustisce. Insieme ad alcuni volgarizzamenti e prose, tra cui spicca il trattato "Della vulgare Eloquenza" (1819)in due libri, nei quali raccoglie, ordina e approfondisce le lezioni tenute a Napoli, la sua poesia acquisirà dimensioni sbalorditive, che vanno dal classico al rinascimentale, dall'arcadico al romantico, dal didattico al descrittivo, dall'elegiaco all'innologico. Figurano in prima linea due ponderosi poemi epici: "L’Italiade" (1812) e il "San Benedetto" (1824). "L’Italiade", cominciata a Napoli con il titolo di "Carlo Magno", è un poema di dodici canti in ottava rima nel quale si celebrano le gesta di Carlo Magno e le sue vittorie su Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi. L’accostamento tematico all’"Adelchi" del Manzoni è evidente. Il "San Benedetto", in dodici canti in ottava rima, esalta e glorifica il Santo di Norcia. Quando morì la sua cara moglie Isabella, le fu costruito un monumento funebre che si conserva oggi nella chiesa di San Giovenale di Rieti. Il Ricci seppe riunire quanto di bello e di leggiadro ebbero i greci, i latini e gli stranieri. I suoi poemi più famosi sono: "La Georgica dei Fiori" (1825) felice innesto della mitologia con le meraviglie deliziose della natura; "La Villa di Camaldoli" (1827); "L’Orologio di Flora" (1827); "Le Conchiglie" (1830); "Le Perle silicee del Monte Amiata" (1833); poi Idilli ed Elogie. L’elenco si allarga ancora ad "Odi", "Cantica", "Epistole Pittoriche", "Carmi" e "Poesie Sacre", specialmente quelle scritte in onore della Madonna ("Le feste della Vergine" del 1822). Morì il 1 aprile 1850, alle ore sei pomeridiane, mentre passava dinanzi al suo palazzo, portata in processione, l’immagine della Madonna del Popolo.

ALUNNO :DANILO CHIEJE -4 Ce
                                                     Angelo Maria Ricci
Discende di nobile famiglia,nacque nel ricco dastello di Mopolino di Capitignano (L'Aquila) il 24 settembre 1776 da Serafino Ricci e da Giuseppa Pica,entrambi patrizi aquilani. A Mopolino,insieme con i numerosi fratelli trascorse la sua adolescenza.Fu presto mandato ad avviare i suoi studi nel celebre collegio Nazareno di Roma,dove anche il papa aveva studiato. Qui,sotto la guida dei maestri scolopi,intraprese lo studio delle scienze sacre,naturali,matematiche e letterarie. Una finezza di costumi e di maniere,un'immaginazione fervida e una memoria prodigiosa,tanto da recitare un discorso or ora ascoltato,fecero di lui lo scolaro modello, la delizia dei compagni,il compiacimento e la speranza dei genitori e dei maestri.di qui la genesi e il rigoglioso sviluppo della sua precoce personalità,nella quale rifulsero in chiara luce le nobili virtu avite e si cumularono i meriti delle sue aquisizioni culturali,morali,civili e religiose,che lo resero cari a Principi,Imperatori e Papi. Di qui anche le sue rivelazioni poetiche,particolarmente nella versificazione latina,quella che Angelo Maria portava,per cosi' dire,nel sangue,essendo il padre stesso,Serafino,"un cultore felice delle muse latine", e che poi raffinò a meraviglia sotto le cure del suo dotto maestro P.Antonio Fasce. E furono questi i primi cimenti con le Muse, sia latine che italiane (quale il volumetto di poesie, stampato a Napoli a soli 16 anni, con il titolo Omaggio poetico (1792), in lode del duca di Cantalupo, D.Domenico Di Gennaro), che gli aprirono giovanissimo, prima di terminare i suoi studi, la via all'Accademia dell'Arcadia, dove ebbe il nome Filidemo Liciense. All'Arcadia il Ricci porto il prestigio del suo nome,che già era entrato nella stima dei contemporanei,e dall'Arcadia attinse quegli stimoli poetici e quelle suggestioni descrittive, che si rivelarono subito non solo nella bella Elegia latina,dedicata al suddetto duca Di Gennaro,di cui il Sacchetti riporta alcuni importanti spunti. Cosi' come nel poema biblico didattico-scientifico, la Cosmogonia mosaica, fisicamente sviluppata e poeticamente esposta in sei meditazioni filosofico-poetiche, e il secondo, in poesia, intitolato Il Filantropo dell'Appennino, di sei canti in versi sciolti, composto forse neela quiete medidativa della sua Mopolino. Che sia stato il dotto Card.Stefano Borgia ad ispirare al ricci siffatta impresa puo essere possibile, dal momento che il giovane poeta godeva stima e reputazione presso di lui, frequentava il suo''circolo di cultura'', caraterizzato sopratutto dalle ricerche filologiche e storiche nel campo degli studi biblici. Cosi', in questo calarsi nel mondo del suo spirito e della sua fantasia creatrice, l' iter poetico del Ricci appare ormai delineato; quello che verrà dopo, e sarà moltissimo, recherà chiare le tracce del suo vivace ingegno e della sua esperienza culturale e spirituale a contatto dei circoli dotti e delle numerose Accademie letterarie, italiane e straniere, alle quali fu chiamato a far parte; tra queste quella della Arcadia, già ricordata, della Crusca. Dopo tutte le le notizie sopra elencate possiamo dire che è inevitabile che un poeta del genere non poteva non richimare l'attenzione della critica contemporanea; questa però non fu in genere nè benevola nè generosa. Vennero criticati al Ricci sopratutto i Poemi maggiori, facendo notare la mancanza di solidità strutturale. Venne però appogiato con energiche reazioni dal Monti,dal De Rossi dal Tommasseo e dal nostro caro Angelo Sacchetti Sassetti.

SPECIALE CRITICA BENETTO RIPOSATI.

Il Ricci deve essere riscoperto e giudicato alla luce della critica recente il troppo scisse nocque senza dubbio alla profondità del pensiero e all' afflauto taumaturgico* dell' arte, se egli non ebbe sempre i lampo del genio e il tocco dell' originalità.
*Poesia miracolosa dell'arte.

Alunni: Rossetti Valentino -4°Em

 

                                                                                                          HOME PAGE