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Anno XXII Dicembre 2003

Il nostro Istituto

Periodico telematico di Vita             scolastica, Attualità, Cultura, Varia Umanità del " Celestino             Rosatelli " - RIETI


 

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  GRAN  FINALE 


SE UNA NOTTE D’INVERNO UN POETA….
di Danilo  Mengoni

   

Un articolo di giornale non è sufficiente  leggerlo nell’artificiale silenzio di una stanza , con i piedi poggiati su di un comodo “puff” turchese .Non basta.

Bisogna alzarsi, andare verso lo stereo ed inserire quel cd ,” si proprio quello!”

A questo punto però, siediti e mettiti comodo.

Abbandona per qualche minuto, per la durata di una canzone, la monotonia asfissiante, chiudi gli occhi e sogna.

Lo so, mi rendo conto della difficoltà che avrai nel riportare l’attenzione sulle cartacee e rumorose pagine del giornale, ti sembra tutto fuori fuoco, la poesia ha innalzato la tua percezione ad un livello metafisico, una sorta di “nirvana”.

Non ti preoccupare se tutto ti sembra sfocato, il problema non sono i tuoi occhi.

Interno. Notte fonda. La pioggia batte sui vetri di una piccola stanza d’ospedale.

L’immagine è in bianco e nero; c’è un letto al centro della stanza e un piccolo drappello di persone con gli occhi verso il basso che cercano di fermare quelle lacrime che cadono senza controllo.

Un rumore digitale, proveniente da una di quelle tante macchine attaccate con tubi e cavetti, scandisce il battito cardiaco dell’uomo agonizzante.

È lento, molto lento.

Lo sguardo dell’uomo è vitreo, spento e rivolto verso quel “non si sa che” nell’infinità dell’universo.

Il battito rallenta la sua affannosa corsa “din….din……din……..din……….din” diminuisce sempre più e poi un suono fisso, continuo, limpido e terribile.

Il cuore si è fermato.

Un pianto mozzato.

Abbracci di conforto.

Parole bisbigliate, incredulità.

La pioggia aumenta la sua intensità. Sembra che neanche il cielo riesca a trattenere le lacrime.

È morto De André.

Esterno. Notte fonda. Pioggia battente. In giro non c’è nessuno, solo la luce nebbiosa dei lampioni di Milano.

In quella cupa notte invernale in quella stanza, fredda e umida di pianti, si è spento uno dei più grandi poeti del nostro tempo.

Il cd all’interno dello stereo continua la sua vorticosa corsa circolare, intanto tu ancora lì, ad ascoltare le sue parole, la sua poesia.

In questo modo quell’uomo vive ancora, nei ricordi della gente che lo ha amato, nei ricordi dei suoi numerosissimi fans e in fondo di tutti noi,la poesia è stato il suo “elisir di vita eterna” il suo “santo graal laico”.

De André era un bel signore, con il viso di chi ha vissuto pienamente la vita, con gli occhi pesanti, semichiusi ma vivi e con la voglia di osservare.

La sua voce era cruda, roca per migliaia di sigarette, dura e reale.

La sua musica, poesia.

Ha vissuto una vista sregolata, non seguiva dettami imposti dalla società, non si piegava alla moda. Amava sul serio senza compromessi come allo stesso modo odiava senza mezze-misure.

Era un uomo, un musico, ma soprattutto un poeta, possedeva qual raro talento di saper stupendamente descrivere ciò che ci circonda, i controsensi e le ipocrisie.

Non era mondano, non amava la celebrità, cantava quando poteva e come voleva.

Affrontava la vita di petto, con le braccia aperte come fossero ali, con i suoi lunghi capelli scompigliati davanti agli occhi, da ribelle, da anarchico.

Me lo immagino sul palco, mentre impugna la sua chitarra.

Posiziona il medio , l’indice e l’anulare in sol maggiore, pizzica le tre corde con i polpastrelli e inizia una sua canzone.

Il pubblico è in delirio, lui lì, con lo sguardo sulle sue mani, i capelli davanti agli occhi e la bocca sul microfono.

Era un artista, uno dei più grandi, e per questo era fragile, come l’amico di una delle sue poesie.

Ci mancherà, il suo non aver paura, ci mancherà moltissimo.

….ognuno lo capiva che un eroe si perdeva e qualcosa finiva”

c’è un verso di una canzone di Guccini che può descrivere una parte del suo animo, quel suo non essere cattolico man quel suo essere equipaggiato di quel senso di perdono, di quei valori morali professati dal cristianesimo che lui aveva configurati in se.

….venite pure avanti, facciamola finita,

voi preti che vendete a tutti un’altra vita,

se c’è come voi dite un Dio nell’infinito

guardatevi nel cuore l’avete già tradito.

E voi materialisti col vostro chiodo fisso,

che Dio è morto e l’uomo è solo in quest’abisso,

le verità cercate per terra da maiali,

tenetevi le ghiande lasciatemi le ali.

Tornate a casa nani, levatevi davanti,

per la mia rabbia enorme mi servono giganti,

ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco…..”

    Questo era Fabrizio De Andrè......

 

 
 
       
 
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GRAN FINALE
   
 

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