giorni", la
legge finanziaria per il 2002 e le leggi delega
II.2 Il quadro
macroeconomico nel 2002
II.3 La finanza pubblica nel 2002
II.4 L’andamento tendenziale dell’economia italiana
2003-2006
II.5 Il quadro tendenziale di finanza pubblica 2003-2006
III - GLI OBIETTIVI PROGRAMMATICI PER
IL 2003 E IL MEDIO PERIODO
III.1 Il quadro macroeconomico
2003- 2006
III.2 Il quadro di finanza pubblica 2003-2006
IV - LE LINEE DI POLITICA ECONOMICA:
I NUOVI INTERVENTI
IV.1 Le riforme economiche
IV.1.1 La riforma fiscale
IV.1.2 Il mercato del lavoro e l’inclusione sociale
IV.1.3 La riforma del sistema previdenziale
IV.1.4 Le pari opportunità
IV.2 Le riforme
istituzionali-sociali
IV.2.1 Le riforme della Finanza
pubblica
IV.2.2 La riforma della scuola e dell’università e
della Ricerca
IV.2.3 I Beni Culturali
IV.2.4 La Salute e l’Ambiente
IV.2.5 Politiche comunitarie, Devoluzione e Affari
Regionali
IV.2.6 L’amministrazione Generale del Territorio, la
Sicurezza, la Giustizia, la Difesa, i Rapporti
Internazionali e gli Italiani nel mondo
IV.2.7 La Pubblica Amministrazione, l’e-government e
le politiche di razionalizzazione degli acquisti
IV.3 Il Patrimonio, le
infrastrutture e la modernizzazione del paese
IV.3.1 Gestione e valorizzazione
del patrimonio pubblico
IV.3.2 I nuovi interventi per le opere pubbliche:
Infrastrutture S.p.A.
IV.3.3 La legge obiettivo
IV.3.4 La politica dei trasporti
IV.4 Il progetto Mezzogiorno
IV.4.1 Gli obiettivi
programmatici
IV.4.2 Le politiche di
investimento
IV.4.2.1 La quantità e
l’utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche
IV.4.2.2 La qualità degli investimenti
IV.4.2.3 La modernizzazione delle Amministrazioni
pubbliche
IV.4.2.4 Gli incentivi e il marketing territoriale
IV.5 Il sistema produttivo
IV.5.1 Privatizzazioni e
liberalizzazioni
IV.5.2 Le politiche agricole
IV.5.3 L’innovazione tecnologica e le
telecomunicazioni
Gli obiettivi
Stabilità, Riforme, Sviluppo, Equità.
La politica economica per la legislatura si fonda su
questi quattro obiettivi, strettamente connessi tra di
loro.
La stabilità, principio fondamentale della finanza
pubblica e della costruzione europea, è garantita da un
sentiero che raggiunge già nel 2003 un saldo strutturale
di bilancio prossimo al pareggio, e prosegue il cammino
nei tre anni successivi. Il rapporto tra debito e PIL
scende sotto il 100 per cento nel 2004.
Le riforme - del fisco, della previdenza, del mercato
lavoro, del mercato dei capitali e dei prodotti- insieme
ad un rafforzamento delle politiche territoriali
costituiscono il centro del programma di governo e
consentono di elevare gradualmente, ma sensibilmente, la
crescita potenziale ed effettiva, ponendo fine a un
decennio di lenta crescita.
Uno sviluppo equo e vigoroso è obiettivo di fondo
della politica economica, volta a perseguire benessere e
un’ evoluzione sostenibile della società, in un quadro
di valori e principi condivisi.
L’equità, realizzata attraverso una revisione del
sistema fiscale e del welfare, e attraverso il
riequilibrio territoriale, non è soltanto un principio e
obiettivo fondamentale, ma è anche ingrediente essenziale
per la sostenibilità della crescita.
I quattro obiettivi della politica economica
rappresentano un insieme fortemente integrato; nessuno di
essi si sostiene senza gli altri. Ma per questo motivo è
possibile conciliarli in un quadro coerente.
Logicamente, le riforme sospingono lo sviluppo, anche
per questa via promuovono la stabilità finanziaria,
rendono possibile l’equità senza declino. Per questo
motivo, l’accordo con le parti sociali sulle riforme non
è l’esito di un negoziato, ma è un vero "patto
per l’Italia".Le condizioni iniziali
Il disegno della politica economica per i prossimi anni
muove da due condizioni iniziali. Il quadro economico
internazionale e la situazione della finanza pubblica
ereditata dal passato.
Il quadro macroeconomico globale, nel 2001 e nei primi
mesi del 2002, ha risentito di fattori esterni che ne
hanno compromesso la dinamica. Dopo il brusco
rallentamento, la situazione è oggi caratterizzata da un
forte miglioramento delle prospettive e rappresenta un
contesto positivo per il disegno della politica economica
del prossimo quadriennio. Le riforme, come è ovvio, sono
più agevoli nelle fasi espansive del ciclo economico. Ma
non per questo, anzi proprio per questo, vanno fatte.
Le condizioni della finanza pubblica ricevute dal
passato, al contrario, rappresentano ancora un’eredità
difficile da superare.
Il precedente governo - nel DPEF 2001-2004, presentato
al Parlamento nel luglio 2000 - indicò che sulla base dei
soli andamenti inerziali della finanza pubblica,
l’Italia avrebbe rispettato gli obiettivi del programma
di stabilità e sviluppo. In particolare, il pareggio del
bilancio pubblico nell’anno 2003 sarebbe stato raggiunto
automaticamente, senza la necessità di ulteriori manovre
o interventi di correzione.
Nel mese di settembre del 2000, il Governo in carica
lanciò un piano di aumento di spesa corrente e di sgravi
fiscali, crescenti nel tempo e tali da impegnare
soprattutto la successiva legislatura. In specie, nella
"nota di aggiornamento" al DPEF, veniva
confermata la convinzione che il solo andamento
tendenziale del bilancio pubblico avrebbe condotto
all’azzeramento del deficit come previsto dal programma
di stabilità e che il "di più" ipotizzato di
entrate avrebbe potuto essere automaticamente utilizzato
per sgravi fiscali e aumenti di spesa.La risposta nel 2001
e nel 2002.
Anticipando una prassi che poi sarebbe divenuta
"best practice" europea, il Governo Berlusconi,
all’inizio della nuova legislatura chiese alla
Ragioneria Generale dello Stato una "due diligence"
sui conti pubblici.
Alla metà di luglio del 2001, ne emerse un andamento
tendenziale della finanza pubblica seriamente fuori linea,
per ciò che riguardava gli obiettivi del bilancio 2001, e
un andamento del deficit ben disopra di quanto configurato
nel programma di stabilità concordato in Europa. Secondo
nuove stime tendenziali, il rapporto indebitamento
netto/PIL si sarebbe azzerato non prima del 2006.
Si vide pertanto che il processo di risanamento
finanziario, che aveva consentito all’Italia di entrare
nella moneta unica, si era dapprima fermato - sul finire
del 1999 - e poi invertito - a partire dall’anno 2000.
Il tutto, secondo le più ovvie previsioni della teoria
economica del ciclo elettorale.
A riprova di questi andamenti, si collocano le più
recenti revisioni dei dati prodotti dall’ISTAT sia per
l’anno 2001 che per il 2000; dati che evidenziano in
modo sempre più preciso la reale situazione della finanza
pubblica nel 2000 e nel 2001.
Nel 2001, dunque, dopo gli eventi dell’ 11 settembre,
il governo si è inoltre trovato a fronteggiare una
situazione economica di straordinaria gravità.
La situazione è stata deliberatamente affrontata in
modo ordinato: senza imporre una stretta di bilancio a
un’economia improvvisamente fragile; promuovendo un
ampio insieme di provvedimenti per avviare il mutamento
strutturale dell’economia. Tra questi, il pacchetto del
"100 giorni", la legge finanziaria, le deleghe
per realizzare le principali riforme. Nell’insieme 24
provvedimenti orientati allo sviluppo, all’equità,
all’investimento, alle riforme.
La politica economica 2003-2006
Con questo Documento di Programmazione Economica e
Finanziaria, costruito a partire dal patto per l’
Italia, il governo conferma e rafforza la linea di riforme
strutturali, in linea con quanto deciso nei Consigli
d’Europa di Lisbona e Barcellona.
Senza queste riforme, l’andamento tendenziale della
nostra economia permarrebbe insoddisfacente.
Il tasso di crescita effettivo, così come quello
potenziale, renderebbero problematico il raggiungimento
degli obiettivi di occupazione e assai costoso il
raggiungimento di una situazione vicina al pareggio per i
conti pubblici.
La discesa del rapporto debito-Pil sarebbe troppo
lenta, sino ad azzerarsi negli anni a venire.
Le misure proposte nel DPEF capovolgono questo quadro.
Le principali riforme economiche riguardano:
- il sistema fiscale - con un avvio della riforma dai
redditi bassi e medi e un primo sostanziale sgravio
per le imprese;
- il mercato del lavoro, l’inclusione sociale e le
pari opportunità;
- il sistema previdenziale – con l’utilizzo di
incentivi per il prolungamento dell’età lavorativa
e la creazione del secondo pilastro della previdenza;
- la funzione pubblica – con la trasformazione dei
ministeri in centri di responsabilità e
l’introduzione del criterio dello "zero
budget";
- il finanziamento delle infrastrutture attraverso un
più ampio ricorso al mercato; Si avvia, inoltre, la
politica di valorizzazione del patrimonio pubblico.
Le principali riforme sociali e istituzionali
riguardano:
- amministrazione pubblica e formazione della legge
finanziaria;
- scuola, università, beni culturali;
- salute e ambiente
- devoluzione;
- sicurezza, giustizia, difesa e rapporti
internazionali
Progetti di grande rilevanza riguardano:
- infrastrutture
- trasporti
- Mezzogiorno
- politiche agricole
- sistema produttivo, privatizzazioni,
liberalizzazioni
- innovazione tecnologica e telecomunicazioni.
Tutto l’insieme di azioni, riforme e progetti è
mirato a una profonda modernizzazione del Paese.
Sul piano economico gli interventi assicurano:
i) un innalzamento sensibile del tasso di crescita
potenziale per la nostra economia, che sale gradualmente
dal 2,25 per cento tendenziale al 2,8 per cento annuo,
come effetto delle riforme strutturali; ii) un
miglioramento del tasso di crescita effettivo, che sale al
2,9 per cento nel 2003 (contro il 2,7 per cento
tendenziale) e si sostiene negli anni successivi, in modo
da chiudere gradualmente l’output gap; iii) un
miglioramento permanente di tutti gli indicatori del
mercato del lavoro, con una discesa del tasso di
disoccupazione dal 9,1 al 6,8 per cento nel periodo ed un
aumento del tasso di occupazione dal 54,6 al 60 per cento;
iv) un deciso miglioramento dei conti pubblici nel 2002
(-1,1 per cento di indebitamento rispetto al PIL) , in
presenza di un tasso di crescita ancora debole nella media
dell’anno (1,3 per cento) ma in ripresa dal secondo
semestre; v) il raggiungimento di una posizione
strutturale "vicina al pareggio" nel 2003 e di
"pareggio o surplus" in tutti gli anni
successivi, grazie a un consistente avanzo primario; vi)
una discesa del rapporto debito-PIL in linea con gli
impegni europei (meno di 100 per cento dal 2004); vii) una
riduzione della pressione fiscale dal 42,3 al 39,8 per
cento.
(…)
I - IL CONTESTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO
I.1 La congiuntura economica Dopo il brusco
rallentamento della crescita economica, manifestatosi
nella seconda parte del 2001, il quadro internazionale
nell’anno in corso è caratterizzato da un miglioramento
delle prospettive. Negli Stati Uniti, in Europa e anche in
Giappone, gli indicatori economici confermano come il
punto di minimo del ciclo sia stato ampiamente superato.
L’economia statunitense, sostenuta da una politica
monetaria e da una politica fiscale decisamente espansive,
è cresciuta nel primo trimestre del 2002 rispetto al
trimestre precedente ad un tasso annualizzato del 6,1 per
cento, in presenza di una dinamica sostenuta della
produttività. In Giappone, nello stesso periodo, la
ripresa della domanda estera ha determinato un leggero
miglioramento della congiuntura, pur in un quadro generale
che permane negativo. Trainata dalle esportazioni, la
crescita nell’area dell’euro è aumentata lievemente
nel primo trimestre del 2002 (0,2 per cento in termini
congiunturali), mentre i consumi delle famiglie e gli
investimenti sono risultati ancora in flessione.
Segnali incoraggianti sembrano provenire, soprattutto
in Asia, dalle economie dei paesi emergenti, che tornano
ad avvantaggiarsi dalla nuova dinamica positiva del
settore dell’ICT (Information and Communication
Technology); in America Latina, invece, i contraccolpi
della crisi dell’Argentina rischiano di estendersi anche
ad altri paesi, compromettendo le prospettive di crescita
del continente per l’anno in corso.
La ripresa dei paesi industrializzati è attesa
intensificarsi nel secondo semestre dell’anno in corso,
dando luogo a un tasso medio di crescita del PIL
dell’1,8 per cento (1 per cento nel 2001). Ancora una
volta, gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo trainante
nella ripresa dell’economia mondiale: il tasso di
sviluppo statunitense dovrebbe raggiungere il 2,5 per
cento, facendo così tornare positivo il differenziale con
l’area dell’euro, il cui PIL aumenterebbe, infatti,
solo dell’1,2 per cento (1,6 per cento nel 2001). In
Giappone, nonostante alcuni segnali di ripresa, il tasso
di crescita per l’anno in corso resterebbe ancora
negativo e pari a –0,7 per cento.
Il commercio mondiale, dopo la stagnazione del 2001,
dovrebbe recuperare un ritmo di crescita in sincronia con
l’accelerazione registrata dalla produzione: il volume
degli scambi è atteso aumentare del 2,5 per cento in
media d’anno, con elevati tassi nel secondo semestre.
2 I prezzi internazionali delle materie prime non
energetiche e dei manufatti, nonostante la ripresa della
domanda mondiale, continueranno a diminuire, seppure in
misura più limitata rispetto al 2001.
Dopo la forte flessione del 2001, le quotazioni del
petrolio hanno registrato, nella prima parte dell’anno,
significative oscillazioni, in coincidenza con
l’inasprimento delle tensioni in Medio Oriente;
tuttavia, grazie all’aumento dell’offerta da parte dei
paesi produttori e delle esportazioni russe, esse sono
attese stabilizzarsi su valori intorno ai 23 dollari al
barile in media d’anno, di poco inferiori ai valori
dell’anno precedente.
Coerentemente con gli andamenti dei prezzi
internazionali, il tasso di inflazione dei paesi
industrializzati, dopo il rialzo registrato nel 2000,
dovrebbe ridursi ulteriormente.
(…)
IL QUADRO INTERNAZIONALE A CONFRONTO
Un confronto fra le previsioni per il 2002 effettuate
dall’OCSE nel luglio del 2001 e quelle formulate a
giugno 2002 mette in luce il deterioramento subito dal
quadro internazionale rispetto ad un anno fa. In
particolare, la previsione di crescita per il 2002 del
commercio internazionale è stata rivista al ribasso dal
7,8 per cento al 2,5 per cento. Anche la previsione di
crescita del PIL dei paesi industrializzati subisce un
forte ridimensionamento: dal 2,8 per cento all’1,8 per
cento. Per l’area dell’euro in particolare la
revisione al ribasso delle previsioni è pari all’1,4
per cento, dal 2,7 all’1,3 per cento.
(…)
I.2 Le prospettive a medio termine e i rischi delle
previsioni
Le previsioni relative al contesto internazionale
indicano che, dopo la forte accelerazione della crescita,
attesa a partire dal secondo semestre 2002, i ritmi di
sviluppo saranno più sostenuti. Per il 2003 e gli anni
successivi si ritiene, in specie, che la crescita del PIL
dei paesi industrializzati sarà pari al 3 per cento.
In particolare, il tasso di sviluppo degli USA dovrebbe
raggiungere nel 2003 il 3,5 per cento, mantenendosi
sostanzialmente stabile nel medio periodo. Favorito dalla
ripresa statunitense, il PIL dell’area dell’euro, dopo
aver toccato il 3 per cento, si assesterà su valori
lievemente inferiori. Per il Giappone, il 2003 dovrebbe
essere l’anno del ritorno ad una crescita positiva (0,3
per cento), per poi portarsi negli anni successivi su
tassi dell’1,7 per cento.
(…)
Il volume degli scambi mondiali, a riflesso della
ripresa economica nella parte finale del 2002,
manifesterebbe nel 2003 una espansione media del 9,5; nel
triennio successivo tale ritmo di crescita si attesterebbe
leggermente al di sotto dell’8 per cento.
Si ipotizza che il prezzo del petrolio si mantenga
stabile nel medio periodo intorno ai 23 dollari al barile
all’interno della forchetta indicata dall’OPEC.
Viceversa, in linea con l’andamento previsto per la
domanda mondiale, ci si attende un rincaro delle altre
materie prime e manufatti.
Nel 2003, l’inflazione è prevista in ulteriore
riduzione per poi stabilizzarsi negli anni successivi
intorno all’1,5 per cento.
Anche in questo contesto, tuttavia, permangono alcuni
fattori di rischio.
In primo luogo, rimangono irrisolti molti degli
squilibri macroeconomici a livello internazionale.
Particolarmente pronunciato è lo squilibrio delle partite
correnti della bilancia dei pagamenti che, a fronte di un
avanzo in Giappone e in Europa, continuano a registrare un
forte passivo negli Stati Uniti. Il rallentamento
dell’economia statunitense e il forte calo degli
investimenti non hanno contribuito a ridurre tali
squilibri.
Permane, inoltre, soprattutto negli Stati Uniti, una
situazione di diffusa incertezza sui mercati finanziari,
legata all’andamento degli utili delle società,
all’affidabilità dei riscontri di bilancio e
all’andamento dei corsi valutari.
A fronte di questi dati l’andamento della produttività,
in crescita già nel 2001 nonostante il ciclo sfavorevole,
testimonia tuttavia della vitalità e della solidità
dell’economia americana. Vi contribuiscono anche la
fluidità dei mercati, l’orientamento e la flessibilità
delle politiche economiche e l’immensa ricchezza di
risorse tecnologiche, di lavoro e imprenditoriali. In
particolare, l’ottima performance della produttività
americana dovrebbe, in presenza di una perdurante
moderazione salariale, tradursi in un aumento
significativo dei margini di profitto. Un tasso di
crescita sostenuto della produttività consentirebbe
infine di moderare eventuali tensioni inflazionistiche,
favorendo di riflesso un orientamento espansivo della
politica monetaria.
(…)
I.3 Le riforme strutturali in Europa Gli andamenti
economici degli ultimi due anni mettono in luce come la
crescita dell’economia europea sia in larga misura
funzione della congiuntura economica internazionale.
Un ampio processo di riforme è essenziale per
intervenire su quelle debolezze strutturali che tuttora
impediscono il pieno sviluppo delle potenzialità
economiche e sociali dell’Unione e ne ostacolano un
processo di crescita endogena. E’ necessario migliorare
il funzionamento dei mercati dei beni, dei servizi, dei
capitali e del lavoro, in particolare creando un ambiente
economico favorevole allo sviluppo e alla diffusione delle
innovazioni tecnologiche, alla crescita delle imprese e
dell’occupazione.
Il Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000 ha
assegnato alle politiche strutturali un ruolo centrale nel
raggiungimento di un obiettivo strategico: trasformare
l’Unione Europea nell’economia più innovativa e
competitiva del mondo, capace di garantire, al contempo,
una crescita sostenibile, una maggiore e migliore dinamica
dell’occupazione e un rafforzamento della coesione
sociale.
Perché si possano raccogliere tutti i frutti delle
riforme strutturali, occorre adottare un approccio globale
e coerente nel quale il procedere delle riforme e
l’eliminazione dei restanti ostacoli all’integrazione
economica tra gli Stati membri avvengano in maniera
progressiva e coordinata. Una Unione Europea
caratterizzata da una maggiore concorrenzialità e da un
assetto uniforme dei mercati rafforza e sostiene gli
sforzi compiuti da ogni Paese membro per aumentare il
proprio potenziale di crescita.
Negli ultimi anni il coordinamento a livello
comunitario in tema di riforme strutturali si è
sviluppato a partire dalle politiche del lavoro e della
regolamentazione dei mercati dei beni e servizi,
attraverso i processi di Lussemburgo e di Cardiff, per poi
estendersi recentemente ad altre aree della politica
economica e sociale, quali l’inclusione sociale e i
sistemi previdenziali.
I processi di Lussemburgo e di Cardiff hanno introdotto
un ciclo continuo di monitoraggio e valutazione delle
riforme strutturali che permette di individuare di volta
in volta gli ostacoli specifici e le nuove sfide
strategiche che devono essere affrontati dai Paesi membri
e dall’Unione nel suo complesso.
Grazie anche all’impulso fornito da tali processi,
negli ultimi anni sono stati compiuti progressi
sostanziali nell'attuazione delle riforme strutturali
negli Stati membri, inducendo una maggiore flessibilità
del mercato del lavoro e una più completa integrazione
del mercato dei beni. Rimane tuttavia ancora molto da
fare, tenuto anche conto che nel 2001 il processo di
riforma ha subito un marcato rallentamento rispetto agli
anni precedenti.
Il Consiglio dei Ministri Economici e Finanziari di
Siviglia ha approvato il 21 giugno scorso gli
"Indirizzi di massima per le politiche economiche
degli Stati membri" del 2002. Per quanto riguarda le
politiche strutturali, in particolare, le raccomandazioni
del Consiglio si concentrano, tra l’altro,
sull’importanza di abbassare la pressione fiscale,
specialmente sui bassi salari, ridisegnare il sistema
degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive e
modernizzare l'organizzazione del lavoro. Per quanto
riguarda i mercati dei prodotti, ulteriori riforme si
rendono necessarie in quei settori dove i progressi sono
risultati troppo lenti, in modo particolare nelle
industrie a rete. Le raccomandazioni del Consiglio sono
rivolte essenzialmente a incoraggiare l’apertura dei
mercati e a migliorare il benessere dei consumatori
attraverso il calo del livello dei prezzi, l’ampliamento
delle opportunità di scelta e il miglioramento della
qualità. A tal fine, gli Stati membri sono stati invitati
ad intensificare gli sforzi per il completamento del
mercato interno e a prestare particolare attenzione
all’effettivo operare della concorrenza.
Oltre a queste raccomandazioni di portata generale, che
si applicano a tutti i paesi, sono state adottate delle
raccomandazioni specificatamente indirizzate a ogni Stato
membro.
Le raccomandazioni riferite all’Italia di natura
strutturale indicano:
• di rafforzare la concorrenza nel settore dei beni e
dei servizi, in particolare, nel mercato dell’energia
elettrica e del gas;
• di sostenere le politiche volte a migliorare il
livello di formazione e il settore della ricerca e
sviluppo;
• di favorire le politiche fin qui attuate per la
semplificazione del quadro amministrativo;
• di incoraggiare, nel mercato del lavoro, le parti
sociali a concordare meccanismi salariali che tengano
meglio conto della produttività e delle condizioni del
mercato del lavoro locale, assicurando allo stesso tempo
la moderazione salariale;
• di accrescere la flessibilità e facilitare
l’accesso all’occupazione;
• di attuare la riforma degli ammortizzatori sociali;
• di favorire la partecipazione della forza lavoro,
specialmente delle donne, adottando misure di sostegno
alla famiglia ed alla maternità;
Ulteriori raccomandazioni riferite all’Italia
riguardano la riforma fiscali. Viene raccomandato che la
tempistica e gli obiettivi fissati nella legge delega
presentata al Parlamento, tesa a ridurre la pressione
fiscale, semplificare la tassazione e restringere il cuneo
fiscale, siano coerenti con il raggiungimento e il
mantenimento di una posizione prossima al pareggio di
bilancio. Inoltre, viene raccomandato che nell’ambito
dei poteri delegati richiesti al Parlamento, il Governo
affronti gli aspetti critici dell’attuale sistema
previdenziale e attui le misure necessarie a promuovere la
previdenza complementare, chiarendo i possibili oneri di
bilancio.
La strategia di politica economica del Governo Italiano
che verrà descritta nei capitoli seguenti è coerente con
queste raccomandazioni.
II - L’EVOLUZIONE DELL’ECONOMIA ITALIANA
II.1 Le politiche messe in atto dal governo: i
provvedimenti per i primi "100 giorni", la legge
finanziaria per il 2002 e le leggi delega Nel corso degli
ultimi 12 mesi, il quadro dell’economia internazionale
è mutato ripetutamente. L’avvio della nuova
legislatura, un anno fa, coincideva con l’affermarsi di
un quadro dell’economia mondiale abbastanza favorevole,
seppur caratterizzato dai primi segnali di flessione
manifestatisi in tutti i paesi industrializzati
nell’estate del 2001. Le conseguenze dell’attacco
terroristico dell’11 settembre, inducevano
successivamente un grave deterioramento delle prospettive
economiche a livello internazionale.
Il Governo, dopo aver tracciato nel DPEF del 2001 un
quadro realistico e forte di riforme di struttura, mirato
a rilanciare la competitività e lo sviluppo
dell’economia italiana, decideva di varare una Legge
Finanziaria che conciliasse gli obiettivi di rigore
economico, equità sociale con quelli di sostegno a
un’economia in fase di ulteriore rallentamento a livello
mondiale e europeo. Ciò per evitare l’errore, politico
ed economico, di produrre un ulteriore peggioramento della
congiuntura.L’equità sociale. Con la Legge Finanziaria
veniva avviata una serie di interventi a favore dei
soggetti più disagiati: le famiglie numerose, con redditi
inferiori ad una certa soglia; i pensionati con rendite
inferiori ai livelli di una dignitosa sussistenza. Queste
misure, volte a ridurre l’area di povertà, avevano e
hanno anche una valenza macroeconomica nella misura in cui
sostengono i consumi delle famiglie, alimentando quindi la
domanda aggregata.Il sostegno all’economia. Già i
provvedimenti dei "100 giorni" avevano fornito
uno stimolo significativo all’occupazione, agli
investimenti pubblici e privati e alla ricerca e sviluppo.
La Legge Finanziaria, oltre ad assicurare sostegno alla
domanda di consumi, prevedeva maggiori risorse per gli
investimenti pubblici. La cosiddetta legge Tremonti bis ha
comunque contribuito a sostenere il processo di
accumulazione, in un contesto ciclico divenuto
sfavorevole. Lo conferma la dinamica degli investimenti in
Italia, che si attesta su livelli significativamente più
sostenuti rispetto sia alla media dell’Unione Europea
sia rispetto alla Germania.
(…)
Il rigore economico trovava compiuta espressione nel
prosieguo del programma di risanamento con la riconferma
degli obiettivi europei assunti nell’ambito del
"patto di stabilità e crescita".
Contestualmente alla Legge Finanziaria, il Governo ha
avviato un ampio programma di riforme strutturali. Basi di
questo programma sono le riforme del mercato del lavoro,
del fisco e della previdenza, presentate al Parlamento
come leggi delega nel Dicembre 2001. Queste riforme
verranno descritte nei capitoli successivi.II. 2 Il quadro
macroeconomico nel 2002
Al rallentamento dell’economia italiana nell’ultimo
scorcio del 2001 hanno fatto seguito i segnali di ripresa
nei primi sei mesi del 2002, rafforzatosi ulteriormente
nel corso del trimestre successivo. Il recupero
dell’economia europea e mondiale, l’impatto degli
incentivi agli investimenti, la crescita sostenuta
dell’occupazione e gli effetti indotti sulla domanda di
consumi privati, portano a prevedere una forte
accelerazione dell’attività economica che dovrebbe
collocarsi vicino al 3 per cento nell’ultimo trimestre
del 2002. Lo confermano i dati relativi alla fiducia delle
imprese e alla crescita degli ordinativi industriali.
Tuttavia, l’eredità negativa del quarto trimestre
del 2001 condiziona fortemente il risultato medio annuo.
La crescita del PIL dovrebbe raggiungere 1,3 per cento,
mezzo punto inferiore alla crescita registrata nell’anno
precedente. La crescita 2002, seppur inferiore alle stime
originarie, è comunque superiore, come nell’anno
passato, a quella attesa per l’area dell’euro, pari a
1,2 per cento.
Il rallentamento sembra riflettere principalmente il
deterioramento della domanda estera netta; il contributo
alla crescita del PIL di questa componente passerebbe da
(…)
Dal lato della domanda, i consumi delle famiglie sono
previsti aumentare dell’1,3 per cento, con una lieve
accelerazione rispetto al 2001, per effetto della crescita
del reddito disponibile, legata all’operare delle
politiche del Governo, all’evoluzione positiva
dell’occupazione e alla discesa dell’inflazione. In
particolare, i redditi delle famiglie stanno già
beneficiando degli sgravi fiscali per i figli a carico e
dell’aumento delle pensioni minime. Tuttavia, come nel
2001, la propensione al consumo è stimata in calo, per
effetto di orientamenti ancora prudenti.
La dinamica dei "consumi collettivi" è
prevista attenuarsi, passando dal 2,3 per cento,
registrato nel 2001, all’1,1 per cento nel 2002, per
effetto dell’operare delle politiche intraprese dal
Governo volte al contenimento della spesa corrente ai fini
del rispetto degli obiettivi di bilancio.
Gli investimenti nel complesso, in connessione con il
mutamento congiunturale, dovrebbero registrare una
ripresa, dopo la frenata verificatasi nel 2001 e
all’inizio dell’anno in corso. La componente di
macchinari e attrezzature si caratterizzerebbe, in
particolare, per una accelerazione nella parte finale
dell’anno per beneficiare delle agevolazioni della legge
Tremonti bis. Viceversa, gli investimenti in costruzioni
dovrebbero mostrare un lieve rallentamento. Gli
investimenti nel complesso (...) aumenterebbero, quindi,
del 2,6 per cento (2,4 per cento nel 2001).
Le esportazioni, in caduta dal terzo trimestre del 2001
fino al primo trimestre del 2002, registrerebbero un forte
recupero nella seconda parte dell’anno, in linea con il
miglioramento previsto del quadro internazionale, portando
la crescita media annua all’1,2 per cento contro lo 0,8
per cento dell’anno precedente. Tale crescita, che
sconta la perdita di competitività di prezzo legata
all’apprezzamento dell’euro, sarebbe, tuttavia,
inferiore a quella delle importazioni che rifletterebbe il
rinnovato impulso della domanda interna e in particolare
di quella di investimenti e scorte; l’aumento delle
importazioni risulterebbe pari a 2,5 per cento (0,2 nel
2001).
(…)
Dal lato dell’offerta, la crescita del valore
aggiunto ai prezzi base, stimata pari all’1,4 per cento
nell’anno in corso (2 per cento nel 2001), appare
sostenuta principalmente dal settore dei servizi privati e
da quello delle costruzioni, mentre l’apporto
dell’industria in senso stretto sarebbe limitato, come
già registrato nel 2001.
(…)
Il rallentamento produttivo del biennio 2001-2002 si
rifletterà, seppure limitatamente, sulla dinamica
dell’occupazione la cui crescita è prevista all’1,2
per cento (contro l’1,6 per cento nel 2001). La crescita
dell’occupazione risulterebbe particolarmente vivace nel
settore delle costruzioni (2,8 per cento) e in quello dei
servizi privati (2,7 per cento), mentre sarebbe lievemente
negativa nell’industria in senso stretto. Il tasso di
disoccupazione, pari al 9,5 per cento nel 2001,
continuerebbe a ridursi, attestandosi in media d’anno al
9,1 per cento.
Queste stime scontano i positivi risultati
dell’indagine ISTAT sulle forze di lavoro pubblicata il
26 giugno ultimo scorso; in aprile, gli occupati sono
aumentati rispetto a (…) un anno prima di 383mila unità
(1,8 per cento). L’occupazione permanente a tempo pieno
ha continuato ad aumentare a tassi elevati (2,3 per
cento). Particolarmente significativa è stata la crescita
dell’occupazione a tempo determinato, a riflesso
presumibilmente dell’introduzione del "contratto
europeo", varata nell’ambito dei provvedimenti dei
100 giorni. Il tasso di disoccupazione è migliorato di
quattro decimi di punto nei confronti dell’aprile dello
scorso anno, collocandosi al 9,2 per cento.
(…)
Come registrato nel 2001 e a sintesi degli andamenti
descritti per l’occupazione e il prodotto, anche
nell’anno in corso la crescita del valore aggiunto per
unità di lavoro risulterebbe molto ridotta, vicina allo
zero.
Le retribuzioni lorde pro-capite sono attese aumentare
in media del 3 per cento nel 2002, secondo le tendenze del
biennio precedente, registrando, quindi, un incremento del
potere di acquisto rispetto all’inflazione.
(…)
Il costo del lavoro per unità di prodotto è atteso
crescere per l’intera economia del 2,7 per cento nel
2002, in leggero aumento rispetto al 2001. In presenza di
un lieve contenimento dei margini da parte delle imprese e
del sostanziale annullamento degli impulsi inflazionistici
esterni, l’inflazione al consumo dovrebbe attestarsi in
media d’anno intorno al 2,2 per cento contro il 2,7 per
cento del 2001.
Il rallentamento dei prezzi, che è atteso verificarsi
principalmente nella seconda parte dell’anno, sarebbe
connesso, da un lato, al venir meno dei fattori di
tensione registrati all’inizio dell’anno; dall’altro
lato, al rafforzamento dell’euro, stimato peraltro in
misura prudenziale. Nel 2002 il differenziale di
inflazione con l’area dell’euro sarebbe prossimo allo
zero, in linea con il risultato del 2001.
(…)
Il saldo corrente della bilancia dei pagamenti, dopo il
deterioramento registrato nel 2000, a riflesso
dell’effetto negativo delle ragioni di scambio, e il
successivo recupero, è atteso permanere, come nel 2001,
su valori vicini allo zero. All’attivo commerciale (1,3
per cento del PIL) corrisponderebbe un deficit di pari
dimensioni delle partite invisibili.
Dal confronto con le previsioni programmatiche per il
2002, effettuate nell’ambito del DPEF dello scorso anno,
emerge che la stima della crescita del prodotto interno
lordo è stata rivista al ribasso, dal 3,1 all’1,3 per
cento, mentre quella dell’inflazione al rialzo,
dall’1,7 al 2,2 per cento.
Per ciò che riguarda la crescita, la ragione dello
scostamento è principalmente ascrivibile al
deterioramento del contesto internazionale e al rinvio
delle riforme strutturali resosi necessario date le
condizioni riscontrate sulla finanza pubblica. La
previsione relativa alla crescita del commercio mondiale
è stata infatti, come già descritto nel capitolo
precedente, rivista al ribasso di oltre 5 punti
percentuali, dal 7,8 per cento del DPEF 2002-2006 al 2,5
per cento, in linea con le revisioni delle principali
organizzazioni internazionali. Analogamente, la previsione
del tasso di crescita del prodotto dei paesi
industrializzati è stata rivista di un punto percentuale,
dal 2,8 all’1,8 per cento.
Nonostante queste revisioni, la stima per l’anno in
corso del tasso di disoccupazione registra un
miglioramento, dal 9,5 al 9,1 per cento, a riflesso della
prosecuzione del processo di elevata crescita
occupazionale registrata pur in presenza del ciclo
sfavorevole. L’aumentata elasticità dell’occupazione
è attribuibile alla maggiore efficienza del mercato del
lavoro conseguente alle riforme varate negli ultimi anni.
Per ciò che riguarda il tasso di inflazione questo
dovrebbe risultare più elevato, principalmente per
effetto del rincaro nel settore degli alimentari freschi,
dovuto alle gelate d’inizio anno; della crescita dei
prezzi dei carburanti legato al rialzo dei prezzi del
petrolio all’inizio dell’anno in corso; dell’aumento
di alcune tariffe. Il changeover ha esercitato effetti
quantitativamente modesti.
(…)
CICLO E INTEGRAZIONE ECONOMICA
La ripresa dell’economia italiana è in misura
rilevante funzione degli andamenti ciclici negli altri
paesi industrializzati. Come rilevato da diverse
organizzazioni internazionali, i processi di integrazione
finanziaria e commerciale hanno accresciuto la
sincronizzazione delle fluttuazioni cicliche nelle
maggiori aree economiche. Anche nel caso dell’Italia, si
osserva un mutamento significativo nella concordanza delle
fasi cicliche con quelle degli altri paesi.
Nel Grafico 1 sono riportate le correlazioni più
elevate, fra quelle contemporanee e quelle ritardate tra
il ciclo industriale dell’Italia e quello degli altri
paesi, ottenute tramite l’applicazione di un filtro
statistico ("passa-banda"); sugli istogrammi è
anche indicato il ritardo, in mesi, del ciclo industriale
italiano rispetto a quello del corrispondente paese. Nel
periodo più recente, è cresciuta la sincronizzazione
della componente ciclica della produzione industriale
italiana con quella delle principali economie dell’Area
dell’Euro: la correlazione diviene contemporanea ed è
particolarmente elevata nei confronti di Francia e
Germania. Alla base di questo risultato ci sono diversi
fattori, fra cui la sempre più stretta integrazione
finanziaria (favorita anche dai sistemi di comunicazione),
l’aumento del commercio intra-UE e l’adozione di una
politica monetaria comune.
L’andamento del ciclo degli USA e del Regno Unito
precede di circa sei mesi il ciclo industriale italiano.
La correlazione con il ciclo degli Stati Uniti è
inferiore sia a quella con Francia e Germania nei diversi
periodi esaminati sia a quella con il Regno Unito, che
peraltro aumenta notevolmente nell’ultimo decennio..
Il Grafico 2 analizza il comovimento della variazione
del ciclo industriale, mostrando la percentuale di mesi in
cui l’andamento ascendente o discendente del ciclo
italiano corrisponde a quello (rispettivamente, ascendente
o discendente) delle altre economie. Il grafico evidenzia
che la concordanza è relativamente elevata, intorno al 40
per cento dei casi per Francia e Germania e, inoltre, che
questa misura di concordanza è chiaramente maggiore nella
fase ascendente (espansiva) con Stati Uniti e Regno Unito
e, seppure in misura inferiore, anche con la Germania. La
maggiore integrazione economica si accompagna ad una
maggiore sincronizzazione
(…)
e ad una trasmissione più intensa del ciclo; tuttavia,
tale trasmissione non è necessariamente simmetrica nelle
fasi espansive e recessive.
Un’analisi multivariata di regressione (VAR) sulla
componente ciclica della produzione industriale
(utilizzando il metodo proposto da Hodrick-Prescott per
tener conto anche delle componenti di brevissimo periodo)
conferma i risultati precedenti, basati unicamente su
correlazioni del ciclo industriale.
Nella Tabella 1 sono infine riportate le
caratteristiche del ciclo economico italiano, ottenute
applicando la metodologia di Bry-Boschan (1971) alla serie
della produzione industriale. Durante gli anni novanta
l’alternanza delle fasi cicliche è aumentata e si è al
contempo ridotta la durata dei periodi di recessione e di
espansione. In particolare, nel periodo 1994-2002, è
evidente la riduzione nella durata media delle fasi del
ciclo, soprattutto nelle fasi recessive (11 mesi rispetto
ai 21 mesi in media per il periodo 1974-2002). Nello
stesso periodo, anche l’ampiezza media delle espansioni
e delle recessioni si è notevolmente ridotta, con una
flessione maggiore nelle fasi di recessione (5,8 per cento
nel periodo 1994-2002 rispetto al 9,3 per cento
nell’intero periodo). Questi cambiamenti, che si
riferiscono al solo settore industriale, sono in linea con
quanto emerge da analisi condotte da vari organismi
internazionali sul PIL per altri paesi industrializzati.
In sintesi, i principali mutamenti nella struttura del
ciclo italiano sono dati dalla più stretta correlazione,
soprattutto nelle fasi ascendenti, con gli andamenti in
Francia e Germania e dalla minore ampiezza delle
fluttuazioni cicliche.
(…)
A livello territoriale, per l’anno in corso si stima
un aumento del PIL superiore nel Mezzogiorno rispetto al
Centro Nord: 1,7 contro 1,2 per cento. Si conferma così
una crescita del Mezzogiorno superiore a quella media
europea.
A sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno continuano a
essere gli investimenti fissi lordi. La loro crescita (3,6
per cento circa stimato nel 2002, contro il 3,5 nel 2001)
eccede nel periodo più recente quella europea, in una
misura superiore a quanto previsto al momento di
predisporre il programma comunitario 2000-2006 (…). A
questo risultato concorre l’accelerazione, oltre che
degli investimenti pubblici (pari a circa un quinto del
totale), anche di quelli privati, sollecitati da un quadro
di maggiori certezze circa le dimensioni e la continuità
dell’azione pubblica di incentivazione.
(…)
In base alle informazioni disponibili sulla prima parte
del 2002, il clima di fiducia del Sud resta su livelli
superiori a quelli del Centro Nord. Anche le esportazioni
del Mezzogiorno recuperano quote nel primo trimestre
dell’anno, a fronte di tendenze ancora negative nel
resto del paese.
Nonostante la fase ciclica riflessiva, si conferma a
inizio 2002 nel Mezzogiorno la crescita
dell’occupazione: 1,9 per cento di aumento in aprile
rispetto a dodici mesi prima, 2,6 per cento al netto del
settore agricolo (3,4 per cento nella sola industria).
L’incremento tra gennaio e aprile 2002 è stato pari
allo 0,3 per cento (0,5 al netto del settore agricolo),
superiore a quello del Centro-Nord, pari allo 0,1 per
cento (…) Particolarmente significativo è, rispetto a
dodici mesi prima, l’aumento dell’occupazione
femminile (2,5 per cento contro 1,6 per quella maschile),
che mostra il consolidarsi di un’inversione di tendenza
nell’area di massima criticità dell’occupazione del
Mezzogiorno (con un tasso di occupazione femminile
nell’età attiva pari nella media del 2001 al 26,1 per
cento, circa la metà di quello del Centro Nord).
(…)
II. 3. La finanza pubblica nel 2002
Nel Documento di programmazione dello scorso anno il
Governo, pur consapevole delle difficoltà derivanti dallo
stato dei conti pubblici ereditato dal precedente
esecutivo e dall’indebolimento della congiuntura
economica, ribadiva l’impegno a conseguire, per l’anno
2002, l’obiettivo di indebitamento allo 0,5 per cento
del PIL. L’ obiettivo era legato ad una ipotesi di
crescita del 3,1 per cento.
Tale obiettivo di indebitamento veniva mantenuto nella
Relazione Previsionale e Programmatica di fine settembre
2001.
Nel Programma di stabilità per il 2001 si
introdussero, in linea con gli altri paesi europei, due
ipotesi di crescita e di indebitamento netto. L’analisi
di sensitività metteva in particolare in evidenza che, se
il tasso di crescita del 2002 si fosse attestato all’1,2
per cento, l’indebitamento netto sarebbe risultato pari
all’1 per cento del PIL.
Al fine di conseguire l’obiettivo e per contrastare
le maggiori esigenze finanziarie, in particolare del
settore della sanità, venivano assunte, a livello
regionale, iniziative per la copertura dei maggiori costi
del servizio, nel rispetto dell’accordo stipulato
nell’agosto del 2001.
Successivamente, nel corso del 2002, l’ISTAT ha
rivisto, in sede di notifica dei dati relativi al 2001, il
consuntivo dell’anno 2000 con un peggioramento (…)
dell’indebitamento di due decimi di punto. Nel mese di
giugno ha provveduto a un’ulteriore rettifica dei dati
relativi all’indebitamento netto dell’anno 2001,
portandolo dall’1,4 per cento all’1,6 per cento del
PIL, per effetto della rideterminazione dell’utilizzo
del Fondo per le politiche comunitarie e soprattutto
dell’emersione di maggiori oneri nel settore della spesa
sanitaria, con particolare riferimento a quella
farmaceutica. Tali revisioni, pari nel biennio a quattro
decimi di punto, pur riguardando andamenti pregressi,
incidono sulle tendenze per l’anno in corso e gli anni
successivi.
L’evoluzione dei conti pubblici nella prima parte
dell’anno ha inoltre risentito del ritardato avvio della
congiuntura economica favorevole e dell’efficacia ancora
parziale delle misure adottate a copertura della spesa
sanitaria.
Sulla base di queste tendenze, l’indebitamento netto
si collocherebbe su un livello significativamente
superiore all’obiettivo programmatico del 2002.
La dinamica delle entrate tributarie risulta più
contenuta rispetto a quella prevista come conseguenza
della minore crescita dell’economia.
Dal lato delle spese, i maggiori scostamenti continuano
ad evidenziarsi nel settore della sanità, che registra
una crescita superiore a quella ipotizzata, e nel comparto
del pubblico impiego dove, ai maggiori oneri già emersi a
consuntivo del 2001 soprattutto a livello delle
Amministrazioni locali, vengono ad aggiungersi spese
superiori a quelle previste nel comparto della scuola.
A fronte di queste risultanze, il Governo è
intervenuto con decretazione d’urgenza, dapprima con il
D.L.63/02 (cvt. nella L.112 del 15 giugno 2002) e
successivamente con il decreto approvato dal Consiglio dei
Ministri del 5 luglio, adottando rigorose misure di
controllo della gestione del bilancio e in particolare di
contenimento della spesa sanitaria. Tali provvedimenti,
congiuntamente alle iniziative già intraprese dalle
Regioni, consentono di riassorbire una parte rilevante del
maggior indebitamento.La recente risoluzione dell’EUROSTAT
in merito alla contabilizzazione delle operazioni di
cartolarizzazione (immobili e lotto) comporta una
revisione al rialzo dell’indebitamento del 2001 al 2,2
per cento a conferma dello squilibrio tendenziale nei
conti pubblici ereditato dalla precedente legislatura.
Tale revisione, che presenta caratteri di discrezionalità
nel criterio di convalida dell’operazione di
cartolarizzazione degli immobili, si rifletterà
simmetricamente e positivamente sul livello
dell’indebitamento dell’anno in corso e del
successivo. Secondo la risoluzione assunta, infatti, i
conti del 2002 e del 2003 beneficeranno degli incassi
delle vendite effettivamente realizzate dalla Società
Veicolo. I proventi del gioco del lotto, fin ad ora
imputati all’esercizio 2001 secondo il criterio della
competenza economica, miglioreranno i conti degli anni
2002 e seguenti.
Il livello di indebitamento per l’anno 2002,
scontando l’attuazione del programma di dismissione del
patrimonio immobiliare secondo modalità coerenti con la
risoluzione EUROSTAT, è atteso collocarsi all’1,1 per
cento del PIL.
Tale valore, debitamente corretto per gli effetti del
ciclo, risulta pienamente in linea con l’obiettivo
programmatico. Posto infatti che la crescita nel 2002 si
attesti all’1,3 per cento – un punto in meno quindi
del potenziale di crescita stimato dalla Commissione
Europea – la differenza percentuale tra produzione
effettiva e produzione potenziale (l’output gap) sarà
pari a –1,3 per cento. L’indebitamento netto
strutturale si attesterebbe in tale caso allo 0,45 per
cento, in linea con l’obiettivo programmatico.
Tale risultato consente un ulteriore progresso nel
processo di risanamento finanziario e risulta coerente con
il rispetto degli impegni assunti in sede europea.
EFFETTI DELLA DECISIONE DI EUROSTAT SULLA FINANZA
PUBBLICA
La decisione di Eurostat del 3 Luglio scorso comporta
che i proventi delle operazioni di cartolarizzazione del
Lotto e Enalotto e della vendita di immobili effettuate lo
scorso anno siano contabilizzati nel 2002 e nel 2003,
invece che nel 2001.
Per quel che riguarda la cartolarizzazione del Lotto e
Enalotto, la decisione di Eurostat implica che i proventi
ottenuti da tali operazioni nel 2001 (3 miliardi di euro)
non possano ridurre l’indebitamento netto della P.A.
dello scorso anno ma nei prossimi tre, per un ammontare
annuo di 1 miliardo di euro.
Per quel che riguarda la vendita di immobili, la
decisione di Eurostat implica che il valore totale della
transazione effettuata lo scorso anno (3,7 miliardi di
euro, al netto degli sconti per gli inquilini) non possa
essere contabilizzato nel 2001, ma nel 2002 (per 2
miliardi di euro) e nel 2003 (per 1,7 miliardi),
rispettivamente.
Il metodo usato dall’Italia per contabilizzare i
proventi della cartolarizzazione della vendita degli
immobili era stato comunicato ai rappresentanti di
Eurostat e della Banca Centrale Europea in occasione di
una riunione tenutasi a Roma, nell’Ottobre 2001.
La decisione di Eurostat introduce un nuovo criterio
per registrare i proventi di una cartolarizzazione: il
rapporto tra il pagamento iniziale effettuato dal
compratore e l’ammontare complessivo della transazione.
Se il pagamento iniziale è superiore all’85 per cento
del valore complessivo, l’operazione viene
contabilizzata come riduzione di investimenti fissi lordi
e quindi come riduzione dell’indebitamento netto della
P.A. Se invece il pagamento iniziale è inferiore all’85
per cento, tutto il valore dell’operazione – incluso
il pagamento iniziale già effettuato – viene escluso
dal calcolo dell’indebitamento netto della P.A. fin
quando l’ammontare sarà interamente pagato.
La soglia dell’85 per cento utilizzata da Eurostat è
frutto di una scelta discrezionale, che non trova
riscontro nelle pratiche di mercato. E’ stata definita
senza alcun riferimento ai metodi contabili del SEC95 e in
modo retroattivo. Crea, inoltre, incentivi per la Società
Veicolo che acquista gli immobili a emettere titoli con
scadenza più lunga e minor rating. In effetti, per dato
valore dell’attivo venduto, più alta è la soglia
richiesta per il pagamento iniziale più basso è il
rating e più lunga è la scadenza dei titoli emessi per
finanziare il pagamento iniziale.
Nel 2001, il pagamento iniziale effettuato dalla Società
Veicolo per acquistare gli immobili venduti dallo Stato è
stato finanziato con l’emissione di titoli, senza
garanzia dello Stato, con rating tripla A e con scadenza
tra 12 e 24 mesi, per un ammontare pari al 63 per cento
del valore complessivo dell’operazione. Secondo i nuovi
criteri di Eurostat, l’emissione avrebbe dovuto coprire
l’85 per cento del valore complessivo, invece del 63. Se
il criterio stabilito da Eurostat fosse stato noto
nell’Ottobre 2001, l’operazione di cartolarizzazione
svolta a quella data sarebbe stata configurata in linea
con quel criterio.
Lo Stato continuerà ad effettuare operazioni di
vendita di immobili nei prossimi anni, attraverso la
tecnica della cartolarizzazione, nel rispetto dei nuovi
criteri contabili stabiliti da Eurostat.II.4 L’andamento
tendenziale dell’economia italiana 2003-2006 Nel 2003,
la crescita tendenziale italiana si collocherebbe al 2,7
per cento, a riflesso del rimbalzo derivante dalla forte
ripresa congiunturale di fine 2002, per poi collocarsi
intorno al 2,3 per cento nella media del triennio
successivo.
Nonostante si tratti di tassi di sviluppo superiori a
quelli registrati mediamente negli anni novanta, la
crescita tendenziale dell’economia italiana rimane
ancora bassa e insoddisfacente, anche se lievemente
superiore comunque a quella stimata nello scenario
tendenziale del DPEF dello scorso anno, in quanto
comprensiva dei primi effetti delle riforme strutturali
avviate dal Governo.
La formulazione di tali previsioni si basa sulle
ipotesi internazionali delineate nel primo capitolo e
tiene inoltre conto, secondo le regole già evidenziate
nel DPEF dello scorso anno, solo della legislazione
vigente. Sono, quindi, inclusi nelle stime relative alle
grandezze economiche anche gli effetti della ultima legge
finanziaria che si estendono al 2003.
Per il Mezzogiorno, le previsioni 2003-06 scontano
l’assenza di quei provvedimenti necessari a garantire
l’addizionalità, l’effettivo utilizzo e l’efficacia
degli investimenti del Programma comunitario.
(…)
Nel 2003, il tasso di crescita del prodotto interno
lordo dovrebbe beneficare non solo del consolidamento
della ripresa internazionale ma anche dell’eredità
favorevole derivante dal 2002. In base alle ipotesi già
evidenziate, l’accelerazione dell’ultimo trimestre
darebbe infatti luogo, a un trascinamento elevato,
dell’ordine dell’1,5 per cento tale da determinare,
nella media del 2003, una crescita del PIL pari a 2,7 per
cento.
Nel 2003, la maggiore crescita italiana sarebbe
sostenuta sia dalla domanda interna, il cui contributo
risulterebbe pari a 2,3 punti percentuali, sia dal settore
estero netto il cui apporto ritornerebbe a essere
positivo.
In virtù del progressivo rallentamento delle tensioni
inflazionistiche e della buona performance del mercato del
lavoro, i consumi delle famiglie mostrerebbero una forte
accelerazione crescendo ad un tasso pari al 2,7 per cento
nel 2003, in linea con i risultati del 2000 e circa un
punto al di sopra della media degli anni novanta.
La ripresa della domanda interna, unitamente al
recupero di redditività delle imprese, contribuirebbe a
mantenere elevati i tassi crescita degli investimenti
fissi lordi, che si attesterebbero al 3 per cento. Tale
profilo di crescita sottende, in particolare,
l’accelerazione della crescita degli investimenti nel
comparto macchinari e attrezzature.
(…)
Le esportazioni, coerentemente con il maggior dinamismo
del contesto internazionale, registrerebbero un forte
recupero, aumentando a tassi di crescita dell’8,5 per
cento; l’elasticità delle esportazioni al commercio
mondiale si attesterebbe ai valori storici. Parimenti, la
crescita delle importazioni, seguendo l’accelerazione
della domanda interna, e in particolare di quella di
investimenti e scorte, si collocherebbe intorno all’8,4
per cento.
A fronte di questi andamenti, il persistere di un
guadagno delle ragioni di scambio si tradurrebbe in un
saldo commerciale pari all’1,5 per cento del PIL. Con un
deficit delle partite invisibili in lieve riduzione
rispetto al valore previsto per il 2002 (–1,2 per cento
del PIL), il conto corrente della bilancia dei pagamenti
ritornerebbe ad essere in attivo, dopo il sostanziale
pareggio che ha caratterizzato il biennio precedente.
La ripresa delle esportazioni congiuntamente
all’accelerazione degli investimenti dovrebbe sostenere
la crescita del valore aggiunto, in particolare
nell’industria in senso stretto. Nel 2003, alla forte
ripresa del settore industriale, incluse le costruzioni (3
per cento), si accompagnerà la crescita dei servizi, in
particolare nel comparto dei privati (3,6 per cento).
In linea con gli andamenti della produzione,
l’occupazione dovrebbe riprendere a crescere a tassi
sostenuti; nel 2003, si stima una crescita
dell’occupazione pari a 1,5 per cento. A livello
settoriale si prevede, accanto alla prosecuzione di
tendenze positive nei servizi e nelle costruzioni, una
ripresa della dinamica occupazionale nel settore
dell’industria in senso stretto.
A fronte di questi andamenti, il tasso di
disoccupazione continuerebbe a scendere, collocandosi
all’8,6 per cento.
Nonostante l’incremento dei margini connesso al
favorevole momento ciclico, il rallentamento del costo del
lavoro per unità di prodotto, legato sia al rallentamento
della dinamica del costo del lavoro sia al recupero di
produttività, favorirebbe, in presenza di un cambio
dell’euro stimato prudenzialmente stabile, una
decelerazione dell’inflazione intorno all’1,7 per
cento.
(…)
Nel triennio 2004-2006, la crescita del prodotto
dovrebbe ritornare gradualmente su valori del 2,3 per
cento, a riflesso del venir meno gradualmente della spinta
propulsiva del commercio internazionale.
La crescita, anche durante questo arco previsivo,
sarebbe trainata dalla domanda interna. I consumi delle
famiglie e gli investimenti registrerebbero tassi di
sviluppo di poco al di sotto dei valori previsti per il
2003, rispettivamente 2,4 e 2,7 per cento nella media del
triennio. L’aumento della spesa della PA si ridurrebbe
in media di un decimo di punto (0,7 per cento) e quello
delle esportazioni e delle importazioni si attesterebbe
poco al di sopra del 7 per cento.
Il conto corrente della bilancia dei pagamenti
rafforzerebbe la tendenza positiva già delineata per il
2003; l’attivo si collocherebbe tendenzialmente all’1
per cento del PIL alla fine del periodo di previsione.
Dal lato della produzione, il valore aggiunto è nel
complesso atteso crescere mediamente a ritmi del 2,4 per
cento; analogamente al 2003, il settore dell’industria
in senso stretto e quello dei servizi privati, in
particolare, sosterrebbero tale andamento. La crescita
dell’occupazione si attesterebbe intorno all’1,2 per
cento. Il tasso di disoccupazione scenderebbe nel 2006
all’8 per cento.
In assenza di input esterni sfavorevoli, nell’ipotesi
prudenziale che l’euro si mantenga sui valori stimati
senza, quindi, ulteriori apprezzamenti, la decelerazione
(…) del costo del lavoro per unità di prodotto e
l’andamento moderato dei margini manterrebbero
l’inflazione all’1,5 per cento nella media del
triennio.
A livello territoriale, le previsioni tendenziali a
legislazione vigente per il periodo 2003-2006 scontano da
un punto di vista quantitativo non solo un volume globale
di spesa in conto capitale per il Mezzogiorno limitato
agli stanziamenti già previsti, ma anche l’assenza di
quei provvedimenti che dovranno assicurare sia il
mantenimento di un flusso continuo di risorse aggiuntive
nazionali per investimenti pubblici alle "aree
sottoutilizzate", sia l’obiettivo di destinare al
Sud il 30 per cento delle risorse ordinarie, a garanzia
della effettiva addizionalità dei fondi comunitari. Da un
punto di vista qualitativo non sono poi presenti quei
provvedimenti che, sulla base dei risultati sin qui
conseguiti, dovranno assicurare opportune riprogrammazioni
dei fondi, la piena efficacia degli investimenti,
effettiva e accelerata modernizzazione della pubblica
amministrazione, semplificazioni e miglioramenti nel
sistema di incentivi.
In considerazione dell’apporto più contenuto delle
politiche pubbliche, si stima un aumento moderato del
prodotto, imputabile alla mancata domanda di beni e
servizi direttamente originata dagli investimenti
pubblici, ma soprattutto alla minore crescita degli
investimenti privati indotta dal miglioramento del
contesto.
Nel 2003, in presenza di una ripresa economica trainata
dal ciclo internazionale, e fermi restando gli effetti
pieni della politica condotta nel 2002, la previsione del
PIL tendenziale per il Mezzogiorno resterebbe
relativamente sostenuta (2,6 per cento) ma lievemente al
di sotto della media italiana. Negli anni 2004-06, gli
investimenti, finanziati solo con le risorse incluse nella
legislazione vigente, continuerebbero a produrre effetti
economici, ma a un ritmo decrescente. Il PIL del
Mezzogiorno manifesterebbe un rallentamento della sua
crescita con un tasso pari al 2,3 per cento in ciascun
anno del triennio.
Nel complesso del periodo, la progressione degli
investimenti nel Mezzogiorno sarebbe limitata al 3,8 per
cento medio annuo, con un contributo alla crescita del PIL
pari allo 0,9 per cento.
II. 5. Il quadro tendenziale di finanza pubblica
2003-2006.
Il quadro tendenziale di finanza pubblica per gli anni
2003-2006, è stato costruito sulla base della
legislazione vigente scontando, da un lato la rettifiche
effettuate dall’ISTAT e dell’EUROSTAT che hanno inciso
sui risultati degli anni 2000 e 2001; dall’altro lato
gli obiettivi fissati per l’anno 2002.
Le singole categorie di spesa e di entrata sono state
stimate sulla base delle seguenti ipotesi:
• le retribuzioni pubbliche sono state valutate
incorporando unicamente gli effetti correlati alla
concessione dell’indennità di vacanza contrattuale,
secondo l’attuale cadenza biennale prevista;
• il numero dei dipendenti del complesso delle
Amministrazioni pubbliche è ipotizzato sostanzialmente
invariato per l’intero periodo previsionale;
• la spesa per consumi intermedi, comprensiva di
quella per la sanità, è stata stimata ad un tasso di
crescita pari a quello del PIL nominale;
• la spesa sanitaria è stata valutata tenendo conto
congiuntamente dei maggiori oneri emersi a consuntivo del
2001 e nel corso del 2002 e degli effetti finanziari
correlati alle politiche di contenimento adottate dal
Governo e all’attivazione dell’autonomia impositiva da
parte delle Regioni nel rispetto dell’accordo dell’8
agosto del 2001;
• la spesa per pensioni è prevista crescere con un
tasso di variazione medio pari al 3,6 per cento, correlato
al numero di pensioni di nuova liquidazione, ai tassi di
cessazione stimati e alla ricostituzione delle pensioni in
essere, per un complessivo contributo al tasso di
variazione pari mediamente a circa 1,9 punti percentuali
nel periodo in esame, e alle regole di rivalutazione delle
pensioni in essere ai prezzi, per un’effettiva incidenza
media nel periodo pari a 1,7 punti percentuali. Per quanto
concerne l’anno 2003, il tasso di incremento, pari al
4,0 per cento, risente della rivalutazione ai prezzi
derivante dall’inflazione prevista per l’anno 2002,
pari al 2,2 per cento;
• per le aziende Poste Italiane e F.S., si è
proiettato un consolidamento della loro situazione
economica, con un utile destinato interamente
all’autofinanziamento;
• la spesa per interessi è stata valutata tenendo
conto del maggior fabbisogno finanziario dell’anno in
corso ed utilizzando i tassi forward rilevati dalla
struttura per scadenze dei tassi di mercato;
• la spesa in conto capitale, esclusi i proventi
derivanti dalle dismissioni del patrimonio immobiliare
contabilizzati come disinvestimenti, è stata stimata in
relazione alle nuove autorizzazioni determinate dalle
precedenti finanziarie, al loro stato di attuazione e
all’entità dei residui;
• per le entrate tributarie, in assenza di interventi
di riforma, il gettito manterrà sostanzialmente immutata
la propria incidenza sul PIL;
• per i contributi sociali è stata valutata una
crescita con una elasticità media nel periodo dello 0,9
rispetto al PIL, sostanzialmente in linea con i valori
storici.
Il profilo delle stime sugli andamenti delle entrate e
delle spese delle Amministrazioni pubbliche nel
quadriennio 2003-2006 (riportate nella tavola seguente)
evidenzia il permanere di un rapporto deficit/PIL ancora
elevato.
L’indebitamento netto tendenziale in rapporto al PIL
passa dall’1,6 per cento del 2003 all’0,9 per cento
del 2006.
Pertanto, nell’andamento tendenziale,
l’indebitamento non raggiunge nemmeno alla fine del
periodo il livello concordato in sede europea.
In questo contesto, la dinamica del rapporto debito/PIL
risulta estremamente insoddisfacente e fuori linea
rispetto agli impegni europei.
(…)
GLI OBIETTIVI PROGRAMMATICI PER IL 2003 E IL MEDIO
PERIODO
Il quadro programmatico dell’economia italiana
include gli effetti dell’azione di politica economica
del Governo.La riforma del fisco si propone di dotare
l’Italia di un sistema europeo di tassazione. La
riduzione del cuneo fiscale che grava sulle scelte di
investimento e occupazione accresce il potenziale
produttivo e stimola una più rapida accumulazione di
capitale fisico, umano e tecnologico, creando così le
condizioni per una crescita sostenuta ed equilibrata. Si
tratta di una riforma che richiede un intervento
strutturale, sul fronte della spesa pubblica, volto a
creare spazi permanenti per una riduzione della pressione
fiscale in condizioni di equilibrio finanziario.La riforma
del mercato del lavoro si propone di accrescere
l’efficienza e la fluidità del mercato del lavoro
italiano, introducendo nuove tipologie contrattuali,
creando gli strumenti per una diffusione capillare
dell’informazione sulle opportunità di lavoro,
rafforzando i sistemi di formazione della forza lavoro e
dotando il nostro paese di un sistema più adeguato di
ammortizzatori sociali. Si favorisce in questo modo
l’assorbimento della disoccupazione e l’incremento dei
tassi di occupazione, contribuendo a colmare il grave
divario che ancora ci separa dall’Europa e dagli
obiettivi di Lisbona.La riforma della previdenza è
coerente con gli obiettivi europei stabiliti a Barcellona
("incentivi alla permanenza degli anziani nel mercato
del lavoro" e "secondo pilastro"). Questa
riforma affronta molti dei nodi che i precedenti
interventi non avevano sciolto. Con il passaggio del TFR
futuro ai fondi pensione e a strutture analoghe, si
pongono le basi per lo sviluppo della previdenza
integrativa, volto a garantire le pensioni del futuro,
anche in presenza di uno shock demografico senza
precedenti storici. Con gli incentivi all’allungamento
della vita lavorativa, si accelera il processo di
transizione della riforma Dini e si affronta una delle
debolezze strutturali dell’economia italiana: il basso
tasso di occupazione nella fascia di popolazione compresa
fra i 55 e i 64 anni, che nel nostro paese supera di poco
il 28 per cento a fronte del 38,5 per cento in Europa e
del 57,7 per cento negli Stati Uniti.
L’aumento della vita media lavorativa è la risposta
naturale, in un quadro di sostenibilità finanziaria,
all’incremento della speranza di vita e ai fenomeni di
invecchiamento della popolazione.
A queste riforme si aggiungono gli impegni a
liberalizzare il mercato dei beni in un quadro europeo, a
rilanciare i processi di privatizzazione, a valorizzare
l’immenso 33 patrimonio pubblico e a dotare il paese di
un sistema infrastrutturale adeguato alle esigenze del
sistema economico. Le nuove società Patrimonio e
Infrastrutture SPA forniranno un contributo di rilievo in
questi campi, in una logica di mercato e di tutela dei
beni pubblici.III.1 Il quadro macroeconomico programmatico
2003-2006
Il quadro tendenziale di medio termine dell’economia
italiana, descritto nel secondo capitolo, mostra che la
crescita si colloca al 2,3 per cento, con l’esclusione
del 2003, che riflette il forte rimbalzo derivante dalla
ripresa congiunturale della fine dello scorso anno.
Nonostante si tratti di un valore superiore a quello medio
degli anni novanta, con un simile tasso di crescita la
dinamica occupazionale e quella della produttività
permarrebbero ancora insoddisfacenti.
Consapevole dei vincoli strutturali che gravano
sull’economia italiana e ne condizionano le potenzialità
di crescita, il Governo ha già avviato un processo di
riforme volto ad incidere in maniera radicale sui
meccanismi di sviluppo del sistema economico, così da
innalzare in via permanente il sentiero di crescita
potenziale dell’economia, su valori prossimi al 3 per
cento (v. Riquadro "Crescita e Riforme
Strutturali").
In presenza di un differenziale tuttora pronunciato fra
output effettivo e output potenziale, la crescita
effettiva dell’economia si collocherà su valori elevati
e superiori a quelli potenziali. Il divario fra crescita
effettiva e crescita potenziale si ridurrà
progressivamente nel periodo, passando dallo 0,5 nel 2003
allo 0,2 nel 2006.
E’ previsto che l’output gap si annulli alla fine
del periodo programmatico.
L’azione di Governo mira, da un lato, ad incrementare
il tasso di attività, superando le numerose strozzature
che tutt’ora permangono nel mercato del lavoro, e
dall’altro, ad innalzare il livello di produttività,
migliorando il grado di concorrenza sul mercato dei beni e
dei servizi. Ne risulterà rafforzato il processo di
accumulazione, migliorato il funzionamento dei mercati e
della pubblica amministrazione; verranno favoriti
l’efficienza del sistema paese, il riequilibrio
territoriale e la coesione sociale. Queste politiche
vengono descritte in maggiore dettaglio nel capitolo
successivo.
La manovra di finanza pubblica sarà mirata a centrare
questi obiettivi, nel pieno rispetto degli impegni
europei. Il contenimento della spesa corrente primaria
permetterà di liberare risorse produttive; la riduzione
della pressione fiscale favorirà il rilancio
dell’economia attraverso maggiori consumi, maggiori
investimenti e maggiore occupazione, innescando un circolo
virtuoso che coniugherà gli obiettivi di rigore con
quelli di sviluppo.
I consumi delle famiglie beneficeranno della riduzione
della pressione fiscale e del miglioramento del mercato
del lavoro. La crescita della spesa è stimata intorno al
3 per cento nella media del periodo, circa mezzo punto
percentuale in più rispetto agli andamenti tendenziali.
Gli investimenti, a riflesso delle migliorate
prospettive di sviluppo e di redditività delle imprese,
aumenteranno, nel 2003, del 4 per cento, per poi portarsi
progressivamente su tassi di poco superiori al 5 per
cento. Le politiche delle grandi opere infrastrutturali ,
l’accelerazione e la riqualificazione degli investimenti
pubblici nel Mezzogiorno sosterranno tale dinamica.
La forte dinamica delle importazioni, attivata dalla
espansione della domanda interna, rifletterà anche la
crescita delle esportazioni sostanzialmente allineata su
(…)
valori di poco inferiori a quelli del commercio
mondiale. Ne risulterà un contributo estero netto
leggermente positivo nel 2003 e nullo nel triennio
successivo.
Il conto corrente della bilancia dei pagamenti
migliorerà, quindi, in misura inferiore a quanto previsto
nel quadro tendenziale. L’attivo è stimato pari allo
0,6 per cento del PIL alla fine del periodo di previsione.
(…)
Dal lato della produzione, il recupero di produttività,
connesso all’attuazione delle riforme varate dal
Governo, darà alla crescita del valore aggiunto un forte
impulso, in particolare nel settore delle costruzioni e in
quello dell’industria in senso stretto.
Tuttavia, sarà il settore dei servizi privati a dare
il maggiore apporto allo sviluppo, crescendo nella media
del periodo intorno al 3,8 per cento.
Nonostante le politiche orientate al contenimento
dell’occupazione nel pubblico impiego, l’aumento delle
unità di lavoro complessive sarà dell’ordine
dell’1,6 per cento medio annuo nel periodo, circa tre
decimi superiore alla crescita che si avrebbe in assenza
di interventi.
Pur in presenza della sostenuta espansione delle forze
di lavoro, il tasso di disoccupazione si ridurrà, nel
2006, al 6,8 per cento e il tasso di occupazione salirà,
viceversa, al 60 per cento, raggiungendo l’obiettivo
posto in sede europea.
(…)
In questo contesto, i salari sono previsti crescere nel
rispetto delle regole della politica dei redditi. In linea
con le previsioni di moderazione dei prezzi internazionali
e scontando gli effetti della progressiva liberalizzazione
dei mercati. Si prospetta quindi una discesa progressiva
dell’inflazione verso i livelli prevalenti nei paesi più
virtuosi dell’area dell’euro. Il Governo ritiene di
porre come obiettivi di inflazione programmata tassi annui
calanti dall’1,4 per cento nel 2003 all’1,3 nel 2004 e
stabili nel biennio successivo all’1,2 per cento.
CRESCITA E RIFORME STRUTTURALI
Nel 2000, il Consiglio Europeo di Lisbona ha posto
quale obiettivo strategico delle politiche economiche
dell’Unione Europea la trasformazione dell’Europa
nell’economia più competitiva e più dinamica del
mondo. Alla luce di questo obiettivo, il DPEF per gli anni
2002-2006 tracciava un ambizioso programma di riforme (per
il mercato dei prodotti, del lavoro e per le
infrastrutture) finalizzato ad accrescere il potenziale di
crescita dell’economia italiana e il suo contenuto
occupazionale.
Di recente, gli economisti delle principali
organizzazioni internazionali – in (…) particolare
OCSE e FMI – hanno fornito supporto empirico alla tesi
secondo cui – ceteris paribus – il grado di rigidità
e di regolamentazione dei vari mercati è correlato
negativamente alla crescita economica di un paese.
Inoltre, si è anche riscontrato che un certo lasso di
tempo è necessario affinché le riforme siano percepite
come permanenti e abbiano un impatto sulla performance
economica.
Le riforme possono incidere o sull’accumulazione dei
fattori produttivi o sulla produttività dei fattori
stessi. La variabile generalmente utilizzata per misurare
la performance economica è la produttività totale dei
fattori produttivi. Più precisamente, il tasso di
crescita di tale produttività (d’ora in poi TFP,
acronimo inglese di Total Factor Productivity) misura il
divario tra la crescita del prodotto e la crescita degli
input utilizzati nella produzione. La cosiddetta
"contabilità della crescita" mostra che la
crescita della TFP è uno dei fattori che spiega il tasso
di sviluppo economico.
Utilizzando fonti ufficiali e metodologie standard, si
è calcolata la serie del tasso di crescita della TFP,
depurata della componente ciclica, per il settore privato
dell’economia italiana nel periodo 1971-2000 (cfr.
Figura 1). Le nostre elaborazioni, in sostanziale
conformità con quelle presentate da altre istituzioni,
evidenziano una riduzione di circa un punto percentuale
nella crescita della TFP sull’arco dei trent’anni. Si
tratta in effetti di un dimezzamento, anche se è da
sottolineare il fatto che negli ultimi anni il tasso si
stabilizza prima e mostra poi una tendenza alla
ripresa.Figura 1. La produttività in Italia: tassi di
crescita (dati di trend – Periodo 1971-2000) Fonte:
Ministero dell’Economia e delle Finanze La relazione tra
riforme strutturali e crescita della TFP è multiforme.
Per misurare, sia pur in modo indiretto, l’entità dei
processi di riforma, si è fatto qui ricorso alla dinamica
temporale di alcuni indicatori strutturali, ciascuno dei
quali è in grado di approssimare l’evoluzione in atto
nelle istituzioni e nella struttura di particolari
mercati. Questi indicatori sono stati poi utilizzati per
valutare il loro impatto sulla performance economica
misurata in termini di TFP.
Ci affidiamo anzi tutto ad una misura del grado di
rigidità del mercato del lavoro.
L’indicatore prescelto è il cosiddetto NAIRU (Non
Accelerating Inflation Rate of Unemployment),il tasso di
disoccupazione compatibile con un’inflazione non
crescente. Un mercato del lavoro rigido genera
disincentivi all’ingresso di nuove imprese nel mercato e
all’innovazione tecnologica e scoraggia la mobilità dei
fattori verso i settori più dinamici. Gli interventi di
riforma per accrescere la flessibilità del mercato del
lavoro si tradurrebbero in una riduzione del NAIRU,
generando effetti positivi sulla produttività del settore
privato dell’economia.Si è, inoltre, voluto esaminare
se le politiche economiche volte ad accrescere la
dotazione di infrastrutture produttive a livello nazionale
possano accrescere la produttività delle imprese. E’
noto che le politiche di aggiustamento fiscale dello
scorso decennio troppo spesso si sono tradotte in
riduzione della spesa per investimenti piuttosto che di
quella corrente. Eppure, la dotazione infrastrutturale
dovrebbe fornire importanti indicazioni, ancorché
parziali, sul business environment nel quale imprese ed
individui si trovano ad operare. A tale scopo viene dunque
utilizzato il tasso di variazione dello stock di capitale
pubblico espresso a prezzi costanti, ponendolo in
relazione con la crescita della TFP.
Infine, si è utilizzata una misura del mark-up, ossia
del margine tra prezzo e costi unitari, per catturare le
condizioni concorrenziali del mercato dei beni e,
indirettamente, il grado di regolamentazione che ostacola
i meccanismi di mercato e la concorrenza. L’ipotesi da
verificare è che si osservi una relazione negativa tra
l’andamento tendenziale del mark-up e quello della TFP.
L’evidenza empirica è riassunta nelle figure 2-4.
L’ispezione grafica del diagramma e la linea di
interpolazione suggeriscono l’esistenza di una relazione
negativa tra la crescita della TFP e il NAIRU (cfr. Figura
2). Poiché valori elevati del NAIRU dovrebbero associarsi
alla presenza di vischiosità e inefficienza nel
funzionamento del mercato del lavoro, interventi di
riforma miranti a ridurre il NAIRU dovrebbero in questa
ottica indurre incrementi di produttività.
Analogamente, un incremento delle risorse destinate
alle infrastrutture dovrebbe accompagnarsi – ceteris
paribus – ad incrementi della TFP (cfr. Figura 3).
Probabilmente, l’entità dell’effetto stimato,
misurato dall’inclinazione della retta di regressione,
potrebbe risultare ancor maggiore ove si considerasse, in
luogo dell’intero stock di capitale pubblico, le sole
infrastrutture di trasporto e le reti tecnologiche.
Infine, si riscontra una relazione negativa tra
crescita della TFP e crescita del mark-up. Pertanto, le
politiche di liberalizzazione del mercato dei beni,
rimuovendo gli ostacoli alla concorrenza e ai meccanismi
di mercato e traducendosi in mark-up più contenuti delle
imprese, darebbero impulso alla crescita della produttività
(…)
Le semplici tecniche di raffronto impiegate hanno
evidenziato l’esistenza di una relazione positiva tra
l’adozione di interventi riformatori nei vari mercati e
l’andamento della produttività. Le risultanze grafiche
presentate fanno riferimento a correlazioni tra indicatori
e produttività che sono parziali e contemporanee.
Tuttavia, l’evidenza presentata risulta corroborata
anche da una semplice analisi statistica. Quest’ultima
ha consentito, tra l’altro, di identificare
l’esistenza di ritardi temporali tra il momento di
attuazione delle riforme e il loro impatto sulla
produttività.
In sintesi, uno sforzo di riforma che comporti
modifiche strutturali nel funzionamento del mercato del
lavoro, nelle dotazioni di infrastrutture e nel livello di
concorrenzialità del mercato dei beni è in grado di
indurre un aumento permanente e sostenuto della
produttività totale e di riflesso della crescita
potenziale dell’economia.(…)
A livello territoriale, il proseguimento e
l’intensificazione dell’azione del Governo a favore
del Mezzogiorno permetteranno di conseguire l’obiettivo
di una crescita in questa area, stabilmente al di sopra di
quella media europea. Già dal 2003 gli effetti congiunti
di miglioramenti del contesto e della modernizzazione
amministrativa, assieme all’impatto diretto dei
crescenti investimenti pubblici, potranno consentire di
raggiungere una crescita attorno al 3 per cento. Negli
anni successivi ci si muoverà verso un obiettivo
superiore al 4 per cento (cfr. fig.3.2). Nel complesso del
periodo 2003-06 il contributo alla crescita del PIL
proveniente dalla componente investimenti sarà superiore
al 2 per cento medio annuo.
INVESTIMENTI E CRESCITA
Nel Programma comunitario per il Mezzogiorno vengono
identificati due effetti attribuibili all’accelerazione
degli investimenti pubblici: quelli diretti, "di
cantiere", che riguardano l’aumento di prodotto
imputabile alla maggiore domanda di beni e servizi, e che
sono quindi destinati a esaurirsi in concomitanza con la
chiusura dei lavori; gli effetti indiretti, dovuti
all’impatto degli investimenti pubblici sulla
produttività dei fattori e sulle aspettative degli
operatori che, attraverso la generazione di esternalità
positive, promuovono il processo di accumulazione e la
competitività delle imprese private.
Gli effetti diretti possono essere valutati sulla base
della Tavola input-output italiana (l’ultima disponibile
è del 1992). Considerando la dipendenza del Mezzogiorno
dal resto del paese per l’approvvigionamento di input
produttivi e beni capitali - quest’ultima pure in calo,
secondo studi recenti, - tale metodo può portare a
sovrastimare l’attivazione di produzione e valore
aggiunto interna al Mezzogiorno.
Si possono quindi utilizzare tavole regionalizzate che,
pur basandosi solo in parte su rilevazione dirette dei
flussi, stimano l’entità delle relazioni
interregionali.
La simulazione effettuata sulla base della matrice
italiana indica che l’incremento di 1 euro di
investimenti pubblici produce un incremento del valore
aggiunto pari a 88 centesimi di euro. Se consideriamo la
matrice regionalizzata, che tiene conto del fatto che
parte di questi effetti si disperdono verso il
Centro-Nord, il moltiplicatore è più ridotto, e quindi
pari a 0,661. In termini assoluti, ove si faccia
riferimento alla dimensione effettiva dei fenomeni, un
incremento della spesa in conto capitale nel Mezzogiorno
simile a quella che avrebbe avuto luogo nel 2001 (attorno
al 16 per cento) produrrebbe, utilizzando la matrice
italiana, un incremento del prodotto pari a oltre lo 0,5
per cento del Pil del Sud; se utilizzassimo la matrice
regionale, l’incremento sarebbe inferiore a quel valore.
Ma gli effetti di attivazione diretti degli
investimenti pubblici sulle branche produttive
rappresentano solo il più immediato canale di azione
della spesa pubblica, e non il più duraturo. Gli effetti
di lungo periodo derivano principalmente
dall’attivazione di processi di modifica del contesto e
delle aspettative degli operatori. In particolare, qualità
e concentrazione degli investimenti possono innescare un
processo di crescita che agisce tramite l’impatto sulla
produttività dei fattori, e quindi sul processo di
accumulazione.41 La stima degli effetti indiretti di un
aumento degli investimenti pubblici utilizza lo schema di
coerenza econometrico messo a punto dal Dipartimento per
le Politiche di Sviluppo per descrivere e valutare
quantitativamente i meccanismi di sviluppo endogeno che
l’azione programmatica intende attivare. Con riguardo al
Programma Comunitario, esteso fino al 2008, la simulazione
effettuata suggerisce che le risorse aggiuntive destinate
al Mezzogiorno possano produrre un incremento cumulato del
Pil, nel periodo considerato, attorno ai 15 punti
percentuali rispetto a uno scenario di base senza tali
investimenti.(…)
Il raggiungimento di questi risultati è subordinato
all’attuazione degli obiettivi quantitativi e
qualitativi del progetto Mezzogiorno (…) che saranno
oggetto della Legge Finanziaria e di altri interventi.
Dal punto di vista della quantità di risorse
finanziarie pubbliche, tre sono le condizioni:
• date le quote di stanziamenti della tabella F della
vigente Legge Finanziaria, alimentazione delle risorse
nazionali aggiuntive per investimenti pubblici e incentivi
espressamente destinate alle aree sottoutilizzate (per
l’85 per cento Mezzogiorno) per un importo almeno pari,
in rapporto al PIL, a quello medio degli ultimi anni e
flusso di nuove risorse di cofinanziamento nazionale
coerente con il profilo programmatico di spesa dei fondi
comunitari;
• pieno utilizzo di tutte le risorse aggiuntive;
• destinazione al Mezzogiorno, in termini sia di
competenza che di cassa, del 30 per cento di tutte le
risorse ordinarie in conto capitale, con riguardo sia ai
settori della pubblica amministrazione sia agli enti
esterni appartenenti alla componente allargata del settore
pubblico.
Tali requisiti finanziari sono riassunti in un quadro
programmatico finanziario che, secondo l’impegno di
addizionalità (riferito alla spesa connessa allo sviluppo
del settore pubblico allargato) assunto con l’Unione
europea per poterne ricevere i fondi, garantisce al
Mezzogiorno il 45 per cento della spesa pubblica totale
(ordinaria e aggiuntiva) in conto capitale (…), (…)
Il quadro verrà dettagliato e precisato, sia per la
pubblica amministrazione che per il settore pubblico
allargato, nel V Rapporto sulle politiche di sviluppo
predisposto per il Parlamento.
(…)
Ai requisiti finanziari si aggiunge, sul piano
qualitativo, l’assunzione di provvedimenti in merito
alla riprogrammazione degli interventi e del sistema di
incentivi, alla piena efficacia dei programmi,
all’accelerazione della modernizzazione amministrativa,
all’efficienza ed efficacia degli incentivi, secondo gli
indirizzi specificati nel cap. IV.
III. 2. Il quadro di finanza pubblica 2003-2006.
Il quadro programmatico di finanza pubblica, per gli
anni 2003-2006, è stato costruito partendo da un anno
base che ha evidenziato nel suo profilo evolutivo un
andam