Esperienze lavorative negative

Sapete, ci sono esperienze che tendiamo a rimuovere, o semplicemente accantoniamo nella nostra mente, perché fonti di pensieri o energie negative. Forse si palesano quando siamo più forti, sotto forma di un pensiero che da tempo non si affacciava nei nostri ricordi. Ed è così che, proprio qualche giorno fa, ho pensato ad un evento che mi è successo piuttosto grave – parliamo di lavoro – e ho pensato che raccontarlo sia opportuno e forse utile, a tutti coloro che si sono trovati o si trovano nella stessa situazione e non sanno come agire. Questo non vuole essere un articolo di “denuncia”, ma semplicemente un racconto che forse – spero – possa essere utile a qualcuno, un evento negativo che mi è accaduto – in ambito lavorativo – e che sono riuscita a trasformare in energia positiva, canalizzando la rabbia in qualcosa di costruttivo per la mia persona e la mia professione.

La premessa doverosa da fare è che intorno al 2012 ho perso il lavoro. Mi occupavo di contenuti digital in una grande Media Company italiana, ero in azienda da quattro anni con un contratto formativo, avevo iniziato come stagista Web Editor ed ero riuscita, dopo tanto lavoro, ad ottenere un’area tutta mia da gestire, ça va sans dire quella relativa al mondo “moda e bellezza” che era il leitmotiv del mio blog e delle mie passioni e che pian piano stava diventando anche il mio lavoro. Insomma, quando dopo quattro anni il capo delle risorse umane mi disse che era arrivato finalmente il momento di firmare il contratto a tempo indeterminato, ero al settimo cielo. Del resto, era l’unico possibile dopo un contratto di formazione di quattro anni. Non era possibile avere né tempi determinati, né lavoro da casa. Sapevo che l’azienda aveva avuto dei problemi negli anni e alcune persone erano state mandate via, ma credevo che in quel momento le cose stessero decisamente migliorando.

esperienze lavorative negative

Ed invece, no.

Ve la faccio breve, poco tempo dopo quel colloquio, il mio caporedattore mi disse di mandare una mail per accelerare i tempi “sai come sono queste cose burocratiche, meglio stargli un po’ addosso per velocizzare”, proprio poco prima che mi decidessi “velocizzare”, vengo convocata nuovamente. Dentro me penso subito sia un modo per tranquillizzarmi, per dirmi che a breve firmeremo l’agognato contratto.

Ed invece, no, di nuovo.

La notizia è che c’era un uno per centro di possibilità che questa cosa non si concretizzasse e – ovviamente – #maiunagioia – si è concretizzata. Niente più contratto e anzi, niente più lavoro. Di lì ad un mese sarebbe finito tutto. Ovviamente avrei avuto il mio TFR (trattamento di fine rapporto) e per fortuna lo stipendio era sempre stato pagato in maniera puntuale, ma mi trovai dal momento “firmo il contratto a tempo indeterminato” a “non ho più un lavoro”, in un batter di ciglia. In quel periodo poi, le cose anche a livello del Sistema-Paese erano parecchio drammatiche: la riforma Fornero, il governo-non-governo, la disoccupazione alle stelle, una valle di lacrime insomma, non di certo il momento ideale per pensare di poter trovare, semplicemente mandando due CV, un nuovo lavoro. Cosa che comunque feci, mandai dei CV ma la situazione che mi si prospettò fu decisamente più drammatica di quello che pensassi. Ecco allora una delle cose sconcertanti che mi accadde, perché se ci penso oggi, e mi rivedo lì piccola piccola in quella situazione, penso a quanto sia stato ingiusto quello che sia successo

Ecco come sono stata cacciata via senza motivo

Sono stata mandata via senza “giusta causa”, anzi senza ancora avere un contratto, sono stata mandata via, nonostante avessi superato il colloquio, fossi stata ritenuta idonea per quella mansione. Dopo tre giorni che mi recavo a lavoro e non ero stata non solo ancora contrattualizzata, ma non mi era stato neanche detto che tipo di retribuzione avrei avuto, la Signora che si occupava di gestire il gruppo di lavoro per cui ero stata presa, ha sentenziato che avevo fatto troppe domande e non avevo saputo aspettare, e quindi potevo tornare a casa.

Partiamo dal presupposto che ho sempre pensato che in sede di colloquio, soprattutto se il primo, quindi quello conoscitivo, non si debba fare domande a gamba tesa su stipendio o contratto. Conoscersi significa conoscersi e quando sei senza lavoro l’ultima cosa che vuoi fare è bruciarti il terreno prima ancora di avere una chance. Se ci ripenso ora che sono “grande” penso sempre che non sia giusto chiederlo, ma al contrario ritengo che sia necessario che sia specificato nell’annuncio per cui ci stiamo candidando. Allora ero troppo ingenua per saperlo e mi fidai della buona fede dei miei interlocutori, sperando che me lo avrebbero comunicato loro stessi nel caso in cui il colloquio fosse andato a buon fine.

La figura cercata era quella di Content editor, e avevo buone chance vista la mia esperienza. Ed infatti, nonostante ricordi la fila di persone davanti a me, riuscii ad ottenere il “posto” o presunto tale. Appena il giorno dopo, ricordo come fosse ora era un giovedì, mi chiesero di cominciare subito, e quindi il venerdì. Già lì rimasi perplessa, di solito si comincia dal lunedì, ma evidentemente c’era fretta, o avevano proprio bisogno di qualcuno. Fatto sta che venni contattata dalla segretaria che mi disse solo che avevo superato il colloquio e che potevo iniziare, ma non mi vennero fornite altre specifiche: né per il tipo di contratto, né tanto meno per il tipo di guadagno. Andai lo stesso pensando ne avremmo parlato di persona, ed invece non trovai la responsabile, ma il team che era già all’opera per spiegarmi come funzionava tutto, o almeno queste erano state le direttive che erano state da loro. Io subito iniziai a darmi da fare, sebbene avessi chiesto di parlare con la responsabile visto che non avevo ancora formalizzato la mia situazione. Mi venne riferito che non era in ufficio perché aveva avuto un problema di famiglia. Cercai di essere comprensiva, del resto quando hai bisogno di un lavoro non stai troppo a puntualizzare per non sembrare sgarbata.

licenziata senza giusta causa

Come ho trasformato un’esperienza negativa in energia positiva per migliorarmi

La stessa situazione si svolse anche il lunedì, lavorai otto ore e nessuna parola con la responsabile, se non sbaglio il martedì arrivò e mi guardò già con aria di sfida. Intanto, avevo scoperto in che modo lavorava il resto del team, senza orari o straordinari, ma con il ricatto di ottenere il tesserino di pubblicista. Insomma, io venivo da un’azienda seria e questo posto mi sembrava tutt’altro. Non volevo finire ad essere sfruttata solo perché la situazione in cui mi trovavo era difficile. Solo perché non c’era lavoro, non volevo accontentarmi di finire in un posto dove mancava la professionalità che meritavo e con la seniority che avevo, potevo senza dubbio evitare altre “gavette”. Vi risparmio altri episodi piuttosto sgradevoli accaduti in quei giorni.

Veniamo al punto, chiesi di parlare con la responsabile o perlomeno con questa persona che figurava come tale, e lei con aria di sufficienza mi accolse nella sua stanza dicendomi che le avevano riferito che l’avevo cercata più volte. Certo, mi scusi se mi sono permessa, pensai. Mi disse, dopo avermi chiesto perché le volevo parlare (?) quale sarebbe stato il mio contratto e il mio stipendio, una roba ridicola, io non dissi nulla e mi congedai con educazione, tornando al mio posto e meditando che non avrei accettato. Non mi venne comunque fatto firmare nulla. Appena 5 minuti dopo che ero tornata alla scrivania, la signora mi fece richiamare per dirmi che non le era piaciuto il mio atteggiamento e che per lei potevo anche andare via. Insomma ero stata licenziata prima ancora di aver firmato il contratto e di aver mostrato alla Signora quello che sapevo fare. Rimasi basita. Anche perché ero fermamente convinta di non aver fatto nulla di male. Presi le mie cose e andai via, di fronte allo sguardo terrorizzato degli altri ragazzi più giovani di me, che avevano paura di quella situazione, ma non avevano trovato di meglio e quindi c’erano rimasti. Io avevo lottato e lavorato già troppo per potermi infilare in quella pozzanghera.

Da quel giorno decisi che non sarei mai andata in un posto che mi svalorizzava come persona e professionista. Per mesi non risposi più agli annunci ambigui che trovavo, misi su il mio sito StyleFactor, per avere un portfolio on line sulle mie competenze editoriali, meno personale del blog, ci misi anima e corpo. Iniziai a collaborare con importanti siti di moda internazionale, scrivendo addirittura in inglese, il mio CV crebbe molto e mi si aprirono nuove porte.

Ho dovuto scegliere, non avendo la certezza di quello che sarebbe successo, ma avendo la totale fiducia in me stessa e nelle mie capacità, ma soprattutto imparando a fidarmi anche del mio istinto.

Il consiglio che vi dò è quello di non accontentarvi mai, mai. E soprattutto di farvi trattare con rispetto, anche se siete gli ultimi arrivati. Non svalorizzatevi. Che non significa essere arroganti. Io non l’ho fatto pensando ai sacrifici fatti da me dai miei genitori per laurearmi, agli anni trascorsi a lavorare a testa bassa e no, non accetto che nessuno mi tratti così.