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ROMA - Primo caso, Roma: madre inferocita di
un bambino delle elementari che chiede come fare ricorso contro
la scuola; e perché signora? «Perchè alla recita di fine anno
mio figlio non ha avuto il ruolo che meritava». Tra le
motivazioni addotte, «mio figlio è bello». Secondo caso, Napoli:
un prof di seconda media di fronte alle intemperanze di un
ragazzino gli dice scherzando «se proprio devi tirare quel
cancellino, tiralo a me» e viene preso in parola; colpito in
faccia, due giorni di sospensione, col preside che chiama i
genitori, viene minacciato telefonicamente dal padre e lo
denuncia. A raccontare queste scene di ordinaria follia
scolastica è Bruno Iadaresta del Moige, movimento genitori. Ma
che il preside prenda le difese dell’insegnante non è così
scontato, anzi è nell’allentamento di questo rapporto, assieme
al fossato scavato tra scuola e famiglie (iperprotettive,
ipercritiche) che si consuma l’ardua vita del professore. Triste
e solitaria.
«In una situazione di rapporti scolastici così difficili -
spiega Massimo Di Menna, segretario generale della Uil scuola -
sarebbe fondamentale il ruolo del dirigente scolastico, che
dovrebbe prendersi le sue responsabilità e non scaricarle sui
docenti. E invece spesso accade che gli dica solo: stai attento,
i genitori sono venuti a reclamare, non creare problemi. Ma
questa è un’interpretazione errata della concorrenzialità,
chiedere al genitore dimmi cosa ti serve e io te lo procuro;
magari loro vogliono che il figlio faccia teatro quando invece
avrebbe bisogno di tre mesi di recupero d’inglese. Il meccanismo
del consenso ha i suoi rischi ma dobbiamo stare attenti, la
scuola non è un supermarket e deve mantenere il ruolo
formativo».
Metafora condivisa da Alessandro Ameli, coordinatore nazionale
della Gilda: «Da quando c’è l’autonomia, la scuola sembra
diventata un supermercato, e mantenere la propria clientela può
essere più importante che tutelare i dipendenti. E’ scorretto
generalizzare, ma non sempre i dirigenti scolastici sono
all’altezza di gestire le risorse umane». I professori, insomma,
«non hanno gli strumenti per difendersi», non solo dalle
battaglie in classe, ma nemmeno fuori: «Porti i ragazzi in gita
e non hai copertura assicurativa, in compenso ti danno
l’indennità di missione: 1 euro e 30 al giorno, quell’assegno me
lo conservo...». Ma poi tutte queste sono quisquilie, il
cellulare in classe, la sigaretta in bagno; a rompersi davvero
secondo Ameli è stata «l’alleanza tra scuola e famiglia, che
prima rendeva molto forte il rapporto educativo».
Così il prof finisce in balia di cancellini volanti e genitori a
spada tratta. «Non parlerei di lassismo dei dirigenti - dice
Armando Catalano, responsabile nazionale presidi della Cgil
scuola - anche perché allora si potrebbe contraccambiare
l’accusa dicendo che i prof non sanno insegnare; evidenzierei
invece la complessità del fenomeno, in cui la scuola fa quello
che può ma tutti debbono accettare le regole. Oggi la
sensibilità è cambiata: questa non è più un’adolescenza con la
paura del lupo, è più avvertita, più acuminata, e bisogna
trovare sempre nuove strategie. Ma le regole servono, da imporre
anche con le sanzioni (magari diverse dalla sospensione: si può
pensare a riparare danni, a fare qualche servizio per la
scuola). Io posso interrompere la lezione perché un ragazzo si
mette a piangere, e il dramma viene condiviso dalla classe, ma
sul cellulare che squilla non c’è mediazione possibile».
Regole, regole, non sarà una ciambella di salvataggio? «Dopo i
fatti di Milano - spiega Gigliola Corduas, presidente della
Federazione nazionale insegnanti - con il Parini allagato dagli
studenti e i prof che si sono rivolti al ministro chiedendo
interventi più severi, vogliamo rilanciare il tema dei diritti e
dei doveri degli studenti. Il documento è quasi pronto: la
scuola deve prevedere un organismo di tutela che affronti i
problemi disciplinari, non può essere tutto demandato al singolo
prof, al consiglio di classe o al preside. La domanda è
semplice: la scuola deve inseguire il gradimento delle famiglie
o esplicare le finalità formative che la Costituzione le
attribuisce?».
La non-risposta arriva da un terzo caso: in un liceo classico
della Capitale qualche giorno fa il preside convoca d’urgenza
tutti i genitori, gli insegnanti e gli studenti di una classe
“famigerata” e annuncia «noi questi ragazzi non riusciamo più a
gestirli».
FRANCESCA NUNBERG
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